Mauro Ottolini & Beppe Calamosca – Slide Family

Mauro Ottolini & Beppe Calamosca - Slide Family

Splasc(H) Records – CDH 2513.2 – 2006




Mauro Ottolini: trombone, tuba, slide trumpet, loop machine, didgeridoo, rock effects

Beppe Calamosca: trombone, fisarmonica

Giancarlo Schiaffini: trombone, live electronic

Rudy Migliardi: trombone, euphonium

Giancarlo Roberti: trombone, tuba

Massimo Zanotti: trombone, euphonium

Simone Pederzoli: trombone

Peter Cazzanelli: trombone basso

Luca Moresco: trombone, euphonium

Mauro Carollo: trombone, euphonium

U.T. Gandhi: batteria, percussioni

Zeno De Rossi: batteria, percussioni

DJ Thief: scratch & noises

Gary Valente: trombone






Undici tromboni, due batterie e un deejay… una formazione fuori dell’ordinario per un disco che risulta piacevole, ben equilibrato tra la messe di sorprendenti schizofrenie e l’attitudine coinvolgente della direzione musicale.


È proprio nell’unione dei due elementi che lo spirito di questa famiglia di tromboni si sviluppa e dispone la sua voce. Con serissimo divertimento, i due leader creano un gioco di incastri sonori fluido e brillante e utilizzano le diverse voci del trombone: il puzzle si completa con la costruzione di una scaletta costituita dall’accostamento di intenzioni divergenti, da Mozart ai Led Zeppelin, passando, attraverso Mood Indigo, Teen Town, Muddy in the bank (di Steve Swallow) e Lester Fantasy, a rendere omaggio al Sancta Sanctorum della tradizione del jazz.


Ad affiancare, contenere ed esaltare il potenziale messo in campo dall’operazione, intervengono le intenzioni di Ottolini e Calamosca. Il disco è pervaso da un atteggiamento giocherellone che parte dalle foto della copertina e del booklet e si esprime attraverso la direzione musicale, narrativa e sorniona, del disco, la consapevolezza di affrontare un’operazione di “frontiera” e la voglia di renderla scorrevole: senza particolari intoppi, ma anche senza cedere o concedere quasi nulla, mantenendo intatte le prerogative di strumenti e musicisti.


E c’è da dire che il disco diverte e coinvolge. Luigi Onori nelle note di copertina parla di operazione anatomica e di musica dai marcati connotati teatrali. La costruzione di Ottolini e Calamosca scava e livella, se si vuole, per creare una situazione più regolare possibile, a partire da un terreno tutt’altro che regolare… in questo vengono aiutati dalla compassata abnegazione dei musicisti: il rispetto dei ruoli attraverso un atteggiamento naturale e rilassato. Si unisce, in pratica, il lavoro sulle sonorità del trombone – e dei suoi confratelli – e la distribuzione delle parti all’interno del gruppo: il tutto per dare vita a una situazione musicale varia, aperta e scorrevole.


Slide family diventa così il punto di incontro delle sue due anime e tiene conto delle esplorazioni sonore, degli impasti sonori dei fiati, delle percussioni e delle modernità varie, delle attitudini più filosofiche e profonde, stemperando spigoli e difficoltà con un atteggiamento divertito e scanzonato, che guarda sia alla soluzione generale che alle tante e diverse soluzioni particolari di ciascun singolo momento del disco.


E se undici tromboni, un deejay e due batteristi possono sembrare pochi o male assortiti, i nostri aggiungono le voci, il didgeridoo, il distorsore per creare un ensemble davvero variopinto e sempre in grado di tirar fuori una possibilità diversa. I suoni sono ovviamente riferiti strettamente alle atmosfere dipinte dai nostri: dal jungle di Zerozerootto alle derive urbane di Ecologic Island, alla gestione libera di Quattro situazioni incresciose, sospesa tra melodia e passaggi free; dai dialoghi tra i musicisti e tra le diverse sezioni ad alcuni passaggi liberi ai riflessi cinematografici che scorrono lungo tutto il disco.


Slide Family rappresenta un esperimento davvero fuori dall’ordinario: il trombone, e molte delle sue possibili manifestazioni, alla conquista di terreni da colonizzare. E nel disco, in conclusione, prevale l’equilibrio tra le anime del progetto e, come scrivono Carla Bley e Steve Swallow, il lavoro si anima di “una musica audace suonata con gusto, ma anche con grazia e con grande attenzione”.