Ettore Martin & Les Quartettes String Quartet – Corpo Acustico

Ettore Martin & Les Quartettes String Quartet - Corpo Acustico

Caligola Records – Caligola 2099 – 2008


Ettore Martin: sax tenore

Maria Vicentini: violino

Loretta Baldin: violino

Grazia Colombini: viola

Paola Zannoni: violoncello




Sax tenore e quartetto d’archi. In un momento storico in cui è realmente difficile poter definire qualcosa come innovativo o rivoluzionario, Ettore Martin, in compagnia del quartetto d’archi Les Quartettes, tenta una strada sicuramente poco battuta.


Il corpo acustico del titolo è il tessuto creato dall’intreccio delle cinque linee melodiche. Il sassofono spesso si “nasconde” tra gli archi: entra in simbiosi con le voci dei violini; sostiene o raddoppia il lavoro di violoncello e viola, per dare robustezza e volume – in senso spaziale – al suono; scala con naturalezza dal ruolo di solista al ruolo armonico o contrappuntistico. L’idea seguita da Martin, sia nella composizione delle tracce originali e che nell’arrangiamento di tutto il materiale, è quella di utilizzare il quintetto, di non creare cioè una contrapposizione tra gli archi e il sassofono. Un incontro paritario, democratico: i cinque musicisti sviluppano, soprattutto nei momenti più riusciti del disco, la musica in modo corale e creano una situazione sonora inusuale e ben equilibrata.


Il disegno di Martin si manifesta nell’atteggiamento seguito nella preparazione dei brani: invece di forzare la formazione a supplire le lacune ritmiche, il sassofonista concepisce il lavoro come una vera e propria trama di linee, avvicinando, laddove necessario, la musica a quella che è la propensione naturale del quintetto. Ogni traccia diventa così un ambiente melodico vivido, avvolgente. Martin e Les Quartettes suonano con grande partecipazione: questo arricchisce il lavoro e, in particolare, il tono lievemente malinconico di molti brani viene colorato da un accento peculiare, diverso a seconda delle atmosfere e delle singola tracce.


Corpo acustico riesce ad avere una sua vita e un suo sviluppo, riesce soprattutto a smarcarsi dall’essere un mero esercizio di stile, alla ricerca ossessiva della dimostrazione che è possibile tentare una soluzione del genere. E si pone, per la “gioia” dei puristi, in quel territorio intermedio – comune e non limitato, né limitabile, da vincoli di appartenenza – dove espressioni di diversa provenienza possono interagire e proporre soluzioni quanto meno non scontate. Terreno scivoloso in alcuni casi, come dimostrano gli episodi meno riusciti del disco, ma fertile, come accade invece in molti passaggi del lavoro, dove non si riescono più a distinguere i ruoli del quartetto e del solista, ma le diverse linee si fondono in maniera organica e funzionale.