Edward Simon Trio – Poesia

Edward Simon Trio - Poesia

CAMJazz – CAMJ 7819-2 – 2009




Edward Simon: pianoforte

John Patitucci: contrabbasso, basso elettrico

Brian Blade: batteria








Poesia è il naturale proseguimento in trio del pianista di origine venezuelana Edward Simon del precedente Unicity con cui condivide, a tre anni di distanza, la stessa casa discografica e la medesima formazione. I tre ebbero modo di incontrarsi su disco già nel lontano 2003 quando Patitucci, in occasione della registrazione dell’album Songs, Stories And Spirituals, volle al suo fianco proprio il pianista sudamericano ed il batterista Brian Blade, con il quale poi formerà la ritmica del gruppo stellare di Wayne Shorter. L’esperienza si rivelò entusiasmante per Simon, che già allora si ripromise di incontrare nuovamente i due in quello che oggi si può tranquillamente definire uno dei trii più interessanti a livello internazionale. Le aspettative dunque per un album di qualità ci sono tutte sia per le doti tecniche di primo livello dei protagonisti e sia per l’intesa che ormai i tre hanno raggiunto negli anni. Attese però che non vengono del tutto rispettate: l’album si apre e chiude con My Love For You brano originale del pianista – saranno la gran parte eccezion fatta per Roby a firma del contrabbassista – che Simon interpreta in completa solitudine e caratterizzato da una malinconia tipica di un certo pianismo sudamericano, in cui spicca il tocco leggero e delicato. Con l’entrata in scena della ritmica nel brano successivo Winter la musica prende corpo e il ritmo si fa più sostenuto, anche se i pezzi faticano a crescere: Blade è meno percussivo ed estreverso rispetto a come siamo abituati ad ascoltarlo, concentrandosi più sulla pulizia che sulla varietà rispettoso delle atmosfere pacate, e anche lo stesso Patitucci non riesce a dare quel quid che ci si aspetterebbe nonostante alterni con maestria al contrabbasso il suo vecchio amato basso elettrico, non riuscendo tuttavia del tutto a scongiurare un certo carattere monocorde. Detto questo non mancano spunti di interesse come l’intrigante rivisitazione della coltraniana Giant Steps, completamente stravolta e quasi irriconoscibile inizialmente, o i vari momenti in cui è il consolidato interplay a prevalere rendendo il tutto stimolante, ma lasciando la sensazione che qualcosa in più era lecito aspettarsi.