Eurojazz 2010

Foto: Ferdinando Caretto









Eurojazz 2010.

Ivrea e Canavese, 9/14.3.2010


Ripensare all’Eurojazz di quest’anno – trentesimo appuntamento – e avere l’ansia da prestazione. Perché riuscire a rendere attraverso il linguaggio le qualità sensibili di questo festival non è facile, e limitante riportare il clima di entusiasmo, le aspettative ripagate, una specie di poesia che aleggiava sui concerti.


Quando Guido Michelone parla, durante una delle presentazioni, di “costante internazionalizzazione della città di Ivrea” il pubblico gongola e Massimo Barbiero rivolge gli occhi nella direzione di Sergio Ramella. In un attimo compiuto, quello sguardo è la migliore immagine che uno possa tenersi dentro nel tempo della manifestazione: una sorta di “strana coppia” formata da un musicista talmente riservato e diritto da sembrare quasi scostante e da una vera e propria istituzione nell’organizzazione di concerti jazz. Talmente differenti da compenetrarsi, diversificare l’offerta, comprendersi nelle reciproche passioni.


Anche quest’anno, per la programmazione si sono scelte varie sedi per i concerti nell’ottica di una valorizzazione del territorio eporediese, che sta molto a cuore alle istituzioni del resto sempre coinvolte all’interno del progetto. Qualche sala perfetta, come il bellissimo teatrino di Chiaverano o la splendente sala di Banchette; qualcosa invece di meno adatto come il pur accogliente salone di Bollengo, dove solo l’accoppiata camicia hawaiana-mocassini di John Tchicai dava in quella serata il senso del teatro.


Inoltre, secondo la tradizione, sono stati inseriti nel programma alcuni dopo-concerto molto interessanti, come quello con il gruppo Jazz To Beatles o con i Lorelei Trio, di cui credo sentiremo parlare sempre di più.


E a Chiaverano il 9 marzo, Claudio Fasoli con il suo magnifico Emerald Quartet rende perfettamente il senso di dove si sta andando in quest’edizione. Un concerto che alla fine è più un percorso dell’anima, intervalli da vertigine e note lontanissime e comunque toccanti, persino uno straniante effetto dell’archetto sui piatti della batteria, suonata da uno strepitoso Marco Zanoli. Mario Zara al piano e Yuri Goloubev al contrabbasso accompagnano il suono intenso e perfetto di Fasoli, e su tutto vibra l’evocazione di Venezia, città natale del sassofonista e luogo dell’anima. A volte il brano si regge su una sola nota che dà un senso al percorso sonoro degli altri strumenti, e ascolti e ti senti come sospeso. Felice di non essere in un posto altro da quello.


La sera dopo, a Bollengo, Tchicai presenta il suo Lunar Quartet e alcune composizioni originali davvero piacevoli e palpitanti. Il pianista Greg Burk si conferma un musicista fantastico, molto comunicativo e al tempo stesso concentrato su sonorità che non arrivano all’ascoltatore in modo diretto. Tra lui e il sassofonista si instaura spesso una sorta di rapporto di forze, i pezzi durano parecchio e si sviluppano sui registri alti, poi è tutto un senso di montagne russe dietro alla nota. Sezione ritmica perfettamente sposata alla peculiarità del gruppo, con Marc Abrams al contrabbasso e il bravissimo Enzo Carpentieri alla batteria: molto calibrata, guizzante ma misurata, in ottima fusione. Un intermezzo di tipo teatrale – un misto tra un reading anni Sessanta, molto Beat Generation, e Gwendolyn Brooks – finalmente rende il gruppo meno distante e cerebrale, e il pubblico apprezza moltissimo.


La sera in cui Barbiero smette di sovraintendere e inizia a suonare vede gli Enter Eller sul palco insieme a un ospite che rimarrà sino al giorno dopo, per registrare con loro uno dei lavori più riusciti e fluidi, ossia Ecuba. Javier Girotto sembra entusiasta dei progetti e del modus operandi di questo gruppo, e la profonda stima reciproca si avverte anche dalla parte del pubblico. Alberto Mandarini decide di presentare i pezzi, con l’ironia e l’impronta timida che lo contraddistinguono, e con la sua tromba segue un pensiero ondulante che Massimo Barbiero intercetta subito e veste di mille suoni irreali e lontani, e i suoni poi fanno la musica e Maurizio Brunod riprende il tema con la chitarra. Corde e campane e due fiati all’unisono, Giovanni Maier che rende l’archetto nelle sue mani pura energia e fa quasi temere per la salute del contrabbasso, Girotto è perfettamente in serata e a proprio agio; sorride spesso quando la faccenda degli assolo sta per arrivare e ci si scambia un’occhiata. A un certo punto il dialogo si fa più teso, e il pezzo diventa un’occasione per sperimentare. Tutti percuotono il proprio strumento, tra metallo, legno, pelle, e il pubblico a bocca aperta. Poi ti risvegli e scopri sorridente che l’attitudine “aperta” dei batteristi muore con Barbiero, chino sul rullante come se dovesse preparare una crema pasticcera.


Enten Eller. Frase attraverso la quale il filosofo Kierkegaard induceva l’uomo a prendere una decisione, ed è tutto molto attinente all’indole di questi musicisti, così personali e centrati: perché apprezzarne la qualità e la determinazione in fondo è come operare una scelta.


La sera del venerdì è finalmente la voce di una donna (davvero brava) a rompere la tensione. Laura Conti sceglie per la sua serata un repertorio delicato e sontuoso, rallenta con la sua voce setosa le asperità di brani tradizionali piemontesi (come la Monferrina o il Galantone, che racconta il magico momento della vestizione di una sposa) e con Maurizio Verna alla chitarra commuove e affascina il numeroso pubblico giunto per lei in Santa Marta, chiesa sconsacrata ma ancora mistica e dall’acustica perfetta.


L’altra voce femminile protagonista del programma appartiene a Rossella Cangini: timbro pulito e cristallino che nasconde tortuosità inimmaginabili. Con Massimo Barbiero, che suona seguendo la sua voce qualunque superficie possa dare il senso della percussione, presenta al pubblico il loro lavoro Denique Caelum declinando la propria estensione attraverso poesie e parti di testo – da Sanguineti a Pasolini – che ripete e scandisce ed elabora ed eleva fino a renderle più propriamente suono. Una meraviglia, voce che canta recitando mentre ti sembra che reciti cantando, mentre Barbiero dietro percuote e percuote creando un suono che non ferma con la mano ma lascia spandere fino al silenzio.


Poi arriva sul palco un duo che ripercorre qui alcune tappe già sperimentate insieme, e le due chitarre di Claudio Lodati e Maurizio Brunod – tra un plug e un arpeggio – iniziano un dialogo molto jazz di riff orecchiabili e tendenze più free. Alla fine ritornano Cangini e Barbiero, ed è la voce magica di un gabbiano persa tra infinite sonorità a concludere un pomeriggio di sabato che preclude al primo dei due concerti in teatro, al Giacosa. Che giornata.


Serata divisa in due set, come nella tradizione dell’Eurojazz, e con la voce di Ramella a presentare i musicisti. Il quartetto di Boltro sulla carta avrebbe dovuto comprendere Till Bronner alla tromba, ma anche con questa formazione il risultato è perfetto: gruppo consolidato, di gente che suona insieme da sempre e condivide molto, benché l’atteggiamento in scena non sia particolarmente concentrato sul dare prova di interplay. Mazzarino con i suoi passaggi sapienti e cerebrali, che sembra percuotere il piano per poi corteggiarlo, Francesco Sotgiu che guarda sempre a lato dei tom come se suonasse per un filo ideale e il contrabbasso di Marco Micheli sempre vibrante creano l’atmosfera ideale per i temi di Boltro. Meraviglioso gruppo di meravigliosa tecnica.


E Boltro sarà poi anche ospite del secondo set, insieme alla Torino Jazz Orchestra e all’altra guest star della serata Francesco Cafiso. Il siparietto è divertente e spezza in direzione ironica la malinconia nella quale tutti noi siamo piombati risentendo le parole di Fulvio Albano e Dusko Goycovich su Gianni Basso: Francesco arriva sul palco con il suo sax e il suo sorriso, su Snap Shot, un tema di Dusko, ma Boltro non si trova. Si prosegue per alcune misure, tentando di procrastinarne l’arrivo sul palco, e ancora nulla. Alla fine con un guizzo nervoso ci pensa proprio Dusko a sostituirlo alla tromba, e quando finalmente ritorna Boltro tutta l’orchestra ha un’espressione storta e buffissima che forse solo io potevo vedere dalla mia posizione. Anche se poi prevale sempre la musica: la presenza di musicisti significativi e intensi come Fulvio Chiara, Luca Begonia, Claudio Chiara, Valerio Signetto e tutti i maestri che fanno parte di questa realtà culturale e non solo strumentistica, assolo che fanno emozionare il pubblico, call and response, improvvisazioni. Che giornata (repetita iuvant).


Nell’ultima sera del festival gli umori sono leggeri e il tempo scanzonato. E’ passato anche il gelo dei giorni precedenti e i fotografi scattano allegramente saltellando da un palco all’altro perché anche i controlli si sono allentati. E’ l’habitat adatto ad ospitare il trio della serata, perché Stefano Bollani con la sezione ritmica danese composta da Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund li avevamo già conosciuti all’Auditorium Rossini di Torino e ne conoscevamo la splendida leggerezza. In senso calviniano.


Però, forse la primavera alle porte o forse la percezione della fine della manifestazione hanno fatto di questo concerto un ineffabile “dulcis in fundo” con susseguirsi di battutine, occhiate complici, sketch, posture da cabarettisti. Un paio d’ore di splendida musica con l’impressione nel pubblico che non arrivasse mai alla meta, tanta era da parte dei musicisti la dedizione all’essere divertenti. Un concerto bellissimo, eppure molto poco concerto. Pubblico entusiasta, che però al cessare delle note si è ritrovato un tantino frastornato. Serata di contraddizioni armoniche.


Una volta passato anche questo trentennale, la “strana coppia” Ramella-Barbiero si è congedata lasciando intendere di non sapere proprio cosa possa essere l’edizione n. 31, o addirittura se avrà luogo. In fondo saper creare le aspettative è un’arte raffinata, e i Nostri ne sono maestri.