Alessio Pamovio – Alone at the Window

Alessio Pamovio - Alone at the Window

Music Center – BA 266 CD – 2010




Alessio Pamovio: pianoforte






Alessio Pamovio è un giovane pianista milanese che ha scelto di fare come professione il musicista e il jazzista per innata passione. Ha già all’attivo due dischi, di cui l’ultimo “Alone at the window” è un sentito omaggio al grande compositore e pianista Thelonious Monk. Ne abbiamo parlato qualche istante dopo la sua presentazione ufficiale alla Libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano.



Jazz Convention: Alessio Pamovio, tu sei un pianista jazz diplomato. Raccontaci come hai iniziato, perché hai scelto il jazz e qual è il tuo pianista di riferimento?


Alessio Pamovio: Ho iniziato a suonare a 10 anni. Dopo aver fatto un percorso nella musica classica mi sono dedicato al jazz. Prima da autodidatta, ascoltando i dischi e cercando di capire come suonavano i grandi del jazz, dopo andando a lezione da Luca Pozzi e Marco Detto. Da ragazzo, con idee chiare, mi sono avvicinato al pianoforte perché volevo suonare jazz. Allora, andavo di domenica a prendere il giornale in edicola perché davano in allegato dei 33 giri sul jazz. Ricordo che presi un disco di Louis Armstrong lo portai a casa e mi misi ad ascoltarlo. Da quel giorno il jazz mi ha sedotto e non mi ha più abbandonato. Crescendo ho approfondito i musicisti e gli stili. I miei pianisti di riferimento sono stati, inizialmente, Oscar Peterson e Michel Petrucciani, poi Bill Evans ed ora Chick Corea e Herbie Hancock. Negli ultimi anni ho maturato un interesse particolare per Kenny Barron, ma più di ogni altro ho un amore viscerale per Monk. Mi ha da sempre affascinato l’uso che fa del tempo. E’ come se fosse lui il padrone del beat e non un obbligo da rispettare. Amo il jazz perché è l’unico genere musicale in cui un musicista è contemporaneamente compositore, arrangiatore e solista. Questa musica ti permette di dialogare con gli altri musicisti su melodie inventate al momento. E’ una cosa unica. A volte capita di suonare con musicisti conosciuti un attimo prima e poi sul palco si fanno faville. E’ la magia del jazz!



JC: Il tuo primo disco Tears & Smiles è stato registrato in trio con Ray Rec al contrabbasso e Gabriele Ruggeri alla batteria. I richiami musicali vanno alla tradizione rivista in chiave moderna…


AP: Quello è un disco che attinge molto dalla tradizione. Gli standard scelti sono tra i più conosciuti come Beautiful Love, Autumn Leaves, o Someday my prince will come. Mi piace reinventare i pezzi, riarrangiarli sia dal punto di vista della struttura che dell’amonia. Nel disco ci sono anche alcune mie composizioni. Lo stesso titolo è formato da due mie brani presenti nel cd, Tears e Smiles. Mi piace fare dischi che siano dei concept album, dove inserire a tema un argomento e cercare di indagarlo nella maniera migliore. Fare un disco è come iniziare un viaggio di ricerca, attraverso le note e le atmosfere che lo compongono, per arrivare a qualcosa di più profondo. Senza mai prendersi naturalmente troppo sul serio e tenendo a mente che la musica è divertimento.



JC: Alone at the Window è il tuo nuovo disco, in solo. Perché questa scelta?


AP: La scelta di farlo in solo e non con altri musicisti è dovuta al fatto che questo disco nasceva dalla voglia di capire, per quanto difficile, gli ultimi anni della vita di Monk. Si dice che li abbia trascorsi in silenzio da solo davanti ad una finestra. Da qui il titolo e l’idea di fare una solo piano reflection. Questo disco è un viaggio dentro la musica di Monk, ma anche un modo per capire il rapporto tra pubblico e musicista, tra me e gli altri. Come dicevo prima, non bisogna prendersi troppo sul serio, così il disco si chiude con Toccata e fuga per TV a colori, una rilettura della sigla della soap opera Beautiful in chiave bachiana.



JC: Dunque, il cd è un palese tributo al grande pianista e compositore Thelonious Monk. Tra i tredici brani contenuti sei sono di Monk…


AP: L’intro e l’outro del disco sono suoni presi dalla strada e mixati in modo da avere una specie di partitura musicale. Volevo che l’elemento finestra e la presenza degli “altri” fosse anche nel disco, proprio come dato sonoro. Mi è venuta questa idea mentre registravo il disco, in una pausa durante l’incisione. Ci sono molti brani di Monk che sono rimasti fuori perché ritornerò ancora sulla sua musica.



JC: Perché esegui solo brani che appartengono all’ultimo periodo di Monk?


AP: Per capire cosa avesse in testa e a cosa pensasse davanti a quella finestra. Ho ritenuto che fosse giusto partire a ritroso, dagli ultimi brani. Molti dei pezzi che ho inciso sono contenuti in uno dei pochi dischi in solo di Monk, Solo Monk per l’appunto, un disco interessante.



JC: In Alone at the Window riprendi tre standard famosi come But Beautiful, My funny Valentine e My Romance. C’è un motivo?


AP: I tre standard sono comparsi improvvisamente nella mia testa mentre il disco prendeva forma e le mie riflessioni iniziavano a spostarsi da Monk al rapporto interno-esterno. My funny Valentine è un pezzo, nella mia versione, molto intimista, e sulla stessa scia anche But Beautiful. My Romance, invece, ha una doppia valenza: ha un tema molto romantico, che riprendeva bene alcune cose dette con My funny Valentine, e il solo che ha un beat più alto.



JC: I brani restanti sono tue composizioni. Come sono nati?


AP: Nine è venuto fuori da solo, mentre studiavo alcuni pezzi di Coltrane. Il titolo si spiega perché, per pura coincidenza, ritorna il numero tre sia nella melodia che nell’armonia. Toccata e fuga per TV a colori è ispirato da una frase di Monk. Ho letto che gli chiesero quale sarebbe stato il futuro del jazz e lui disse “Il jazz fa quel cazzo che vuole”. Con l’idea di prendere e stravolgere un pezzo che tutti conoscessero ho scelto una melodia “popolare”, per l’appunto la sigla di Beautiful.



JC: Un pezzo jazz non è mai concluso finché non viene eseguito in pubblico… Commenta questa tua frase…


AP: Un brano jazz esiste se qualcuno lo ascolta. L’improvvisazione è qualcosa che fa sì che questa musica sia suonata oggi in una certa maniera e domani in un’altra. Quando inizi a studiare un pezzo gli dai una tua interpretazione, ma poi, davanti al pubblico, viene fuori quello che senti davvero. E non è mai quello che avevi provato da solo! La presenza del pubblico cambia tutto, basta sentire uno che tiene il tempo col piede e già ti da un’altra spinta. E’ dall’incontro col pubblico, oltre che ovviamente con gli altri musicisti, che il pezzo prende la sua forma finale. E’ il mix dei diversi modi di sentire lo stesso brano che gli da quella forma. Poi è chiaro, cambi locale, cambi pubblico, e il pezzo cambia. E’ per questo che quando suoni, ogni nota deve essere come se fosse la nota della vita.



JC: Alone at the Windowè stato prodotto da Alessio Brocca per Music Center e registrato presso gli studi “Blue Note”…


AP: Ero andato a registrare un provino in trio per un concorso, e un amico mi aveva indirizzato al Blue Note Recording Studio di Enzo Mietta. Finita la sessione di registrazione Mietta mi consiglia di far ascoltare il lavoro ad Alessio Brocca; secondo lui poteva piacergli. Ho dovuto inseguirlo per un po’, ma quando ha sentito il disco mi ha detto, in dialetto brianzolo, “questo te lo faccio uscire per gennaio, non prima”. In quel momento eravamo a Novembre. Quel disco non era fatto per essere pubblicato. Ci siamo messi d’accordo per farne un altro e dopo mesi di lavoro è uscito Tears & Smiles. Visto che il disco era andato bene, per il successivo ho tenuto lo stesso team: Enzo Mietta in studio, Alessio Brocca come produttore esecutivo. E’ una fortuna non da poco avere un produttore che investe su di te e sulle tue idee, così come avere un fonico che ti faccia lavorare bene.



JC: Cosa pensi del jazz italiano?


AP: Il jazz italiano è forte! C’è un sacco di gente brava. Secondo me ce la giochiamo con gli americani. Il problema è che c’è tutto un mondo di artisti emergenti, me compreso, che fa fatica a trovare spazi dove esibirsi; è un periodo difficile per la musica dal vivo. A me sembra che il pubblico italiano abbia fame di jazz; ha fame di sentire e vedere musicisti che si divertono suonando; ha fame di musica live. Se si potesse dargliene di più sarebbe una grandissima cosa. Comunque sono un dannato ottimista. Io ho avuto fortuna nel trovare un produttore attento, a presentare il disco in Feltrinelli, ma sono cose che arrivano dopo un lungo lavoro di studio al piano. Studio che continuo e continuerò a fare perché c’è sempre qualcosa da imparare, figurarsi poi quando ti confronti con altri musicisti! E’ lì che capisci che c’è altro lavoro da fare, che non hai ancora capito niente e che non devi fare altro se non metterti a studiare!



JC: Il tuo prossimo disco?


AP: Sono già al lavoro con un nuovo trio con Fabrizio Destro al contrabbasso e basso elettrico, e Christian Baghino alla batteria. Sto costruendo un disco in cui stravolgo alcuni standard contaminandoli con generi diversi, dal funk al dub, e poliritmie particolari. Devo ancora mettere a fuoco bene il tema da indagare in questo nuovo disco, ma verrà fuori man mano che il lavoro va avanti. Ho in mente altre idee per i prossimi lavori. Mi piacerebbe contaminare ancora di più, magari con una sezione di archi e con qualche ospite straniero. Tante idee insomma.