Falsopiano – 8888

Falsopiano - 8888

Alfonso Santimone: piano

Giorgio Pacorig: piano

Danilo Gallo: contrabbasso, melodica

Aljoša Jeric: batteria






Arguzie e sottigliezze agitanti s’avvicendano in questo lavoro di tratto elegante, di concezione cameristica, composto, ma anche percorso da impennate di solennità: un certo spirito novecentesco, ma più ampiamente un corposo e vitale fantasma della classicità, s’aggira lungo un’incisione che non avrà il crisma assoluto dell’originalità ma certo è di efficace caratterizzazione stilistica.


Il programma ci informa di un triplice omaggio ai classici, se come tali si vogliono associare i maestri di due diverse fasi delle avanguardie del secolo scorso, Arnold Schönberg e György Ligeti al più probabile padre putativo del free, Ornette Coleman, corpi e pensatori non così estranei, considerata la qui riuscita e fluida fusione tra le fome “liberate” del jazz e le non sempre parallele tensioni devianti della contemporanea.


Avviandosi nel passo sghembo dell’esotica intro A cup of tea (ripresa in spirito nella più distante Aliens from Madura) il libero discorso procede nel bizzarro e astutamente fuori fase Continoom, di bella carpenteria, quindi fitte tessiture post-bop sostengono esasperati pianismi pronti a nebulizzarsi per aprire alle spigolose forme di Ligeti (si ricorderanno le iterazioni stranianti e da brivido nella colonna sonora di Eyes wide shut): le sulfuree sabbie mobili e le acide acque chete della Musica ricercata, che lo scampanante duello in sordina dei due pianoforti fa poi scintillare in eleganza, trattengono in profondità l’attenzione per poi allentarla nella pungente vena umoristica d’antan di The last mouse on Mars, e l’attraversamento dei Klavierstücke schoenberghiani, d’iniziale densità nebulosa, lievita in ben più metalliche e nervose tensioni free, rivisitando infine Coleman nell’eloquenza smagrita e swingante del piano preparato.


L’anima plastica dei due pianoforti di Alfonso Santimone e Giorgio Pacorig, più in prima linea nel protagonismo di questo lavoro, conforma il soundscape dei comunque partecipanti quartettisti: evidenti e sicuri frequentatori della forma creativa, in questa occasione i quattro s’affiancano a quella ormai estesa compagine che ha saltato oltre la lunga e potente ondata del free, spiaggiando su un terreno magmatico e sensibile, per dipingervi un lavoro di forte respiro, terso nelle sue morfologie e disseminato di segni, e nell’operare un rinfresco delle forme dell’avant-jazz i versatili complici disseminano schegge non urticanti di bellezza materializzando forme e volumi di cristallo.


Ancora una volta sorpresa e invenzione garantite, come da programma, per le incisioni Gallo Rojo, ed ennesima esperienza che metterà un po’ alla prova chi cercasse calori e colori di melodie franche e ritmiche definite, ma svelerà esoterismi e sottigliezze per i più avventurosi (e aggiungeremmo, lungimiranti, amando il genere) seguaci del “suono liberato”, in ascolto attivo e in vibrazione.