Il Jazz-che-non-c’è. Intervista a Piero Bittolo Bon

Foto: Luca D’Agostino





Il Jazz-che-non-c’è.

Intervista a Piero Bittolo Bon


Il jazz può farsi rovente, è vero, e l’afa impietosa della stagione non aiuta, ma nonostante sia stato da noi coinvolto nel bel mezzo di una laboriosa e faticante stagione estiva, il nostro lagunare ospite è stato da noi incontrato in piena forma, menando fendenti e dispensando sapienza, tra coscienza storica e “incoscienza” creativa. Da Venezia, Piero Bittolo Bon, fiatista-pluristrumentista e, naturalmente: un protagonista!



Jazz Convention: Il sassofono e i Tuoi strumenti: storia, geografia, scienze applicate.


Piero Bittolo Bon: Dopo una non proprio folgorante carriera pianistica deragliata in giovanissima età grazie ai metodi vittoriani del mio maestro ed ad un’attitudine non proprio entusiastica verso l’approccio scientifico alla materia, intorno ai 14 anni, mia madre, preoccupata dall’attrazione centripeta e quasi esclusiva esercitata nei miei confronti da un Commodore 64, mi chiese se volevo riprovare a suonare uno strumento. Io, un po’ per accontentarla – ed in maniera non troppo convinta – risposi un poco a caso “il sassofono”. Ora, se questa sia stata una buona idea non lo so ancora, ma pochi giorni dopo mi fu regalato un bellissimo alto Grassi Professional 2000, che purtroppo non possiedo più. La mia successiva formazione strumentale è stata piuttosto empirica, a pari passo con quella musicale: il maestro che mi seguiva agli inizi mi spacciava gran compilation su cassetta a base di Spyro Gyra e Grover Washington Jr., che contendevano la testina del mio walkman Sony ad Iron Maiden e AC/DC. Ciò può forse fornire qualche indizio sull’origine dei miei dubbi gusti, ma questa è un’altra storia. Il primo incontro con il jazz “quello vero” fu grazie al ragazzo di allora di mia sorella, che suonava il sassofono pure lui. Manco a dirlo, cassettina con Kind Of Blue, ma anche tanto Massimo Urbani, che amo tuttora molto e che forse fu l’ascolto determinante. Determinante fino ad un certo punto, perché in realtà il mio studio era piuttosto svogliato e quando suonavo, suonavo cover dei Cure con gli amici del liceo, che piuttosto benevolmente avevano accolto un sax alto nella band, cercando di sorvolare sull'”effetto supermercato” (parole dell’epoca) che tale inserimento poteva scatenare. Non contiamo poi la mia successiva grave infatuazione per gli aspetti più beceri del basso elettrico (che coltivo tuttora saltuariamente), i gruppi reggae, soul, funk, di sigle di cartoni animati giapponesi, l’amletico dubbio “alto o tenore?”, le prime jam session veneziane dove subito acquisii – a buon titolo – la nomea di sabotatore, anche se all’inizio in totale buona fede! Possiamo dire che cominciai a studiare il sassofono in maniera quasi seria intorno ai vent’anni, con tanto di doppia partecipazione ai seminari di Siena Jazz, dove conobbi tra l’altro quasi tutti i compagni di avventure con cui suono ora, che posso sicuramente annoverare tra le mie influenze principali. Per tornare a bomba e parlare appunto di influenze, c’è da dire che sono state tutte scoperte molto tarde, ma penso che del resto vada bene così, in primis perché fa parte della mia cronica tendenza a procrastinare, eppoi perché è proprio dal mezzo di certe stratificazioni piuttosto atipiche che cerco di estrarre la mia vena, sempre ce ne sia una. A questo punto arriva il momento dei nomi, tutti piuttosto ovvi dal punto di vista sassofonistico: Parker, Adderley, McLean, Ornette, Dolphy, Steve Coleman, Berne, Threadgill, Arthur Blythe (tutti altisti, molto prevedibile. Ci metto anche Joe Henderson, faro del mio periodo tenoristico). C’è da dire che dal punto di vista compositivo penso di avere dei riferimenti meno ovvi: forse la mia… ehm, poetica risente maggiormente delle dosi cavalline di TV, cartoni giapponesi e videogiochi che mi sono sorbito in gioventù. Per quel che riguarda il mio sciagurato multistrumentismo, principalmente trovo essenziale evitare di annoiarmi, eppoi amo parecchio l'”oggetto” strumento musicale e mi piace vederne tanti girare per casa.



JC: Andiamo al versante composizione e più ampiamente alla sfera della Creazione.


PBB: L’aspetto più difficile dello scrivere – ma anche dell’improvvisare – musica è forse proprio il momento stesso in cui decidi di farlo: Perchè? Con chi? Come? Quando alla fine si riesce a rispondere in maniera più o meno efficace a queste tre terrificanti domande, allora abbiamo i piedi immersi fino alle caviglie nel guado, la quale proverbiale metà a questo punto in qualche modo bisogna cercare di raggiungere. Anche in questo caso per me l’approccio è decisamente empirico: non possedendo gli strumenti classici dell’artigianato jazzistico, ad esempio una certa conoscenza dell’armonia e del pianoforte, il mio approccio compositivo è fortemente vincolato al mio essere improvvisatore. Alla luce di questo fatto il mio personale percorso per arrivare da una parte all’altra del guado non è sicuramente il più razionale, spesso e volentieri anzi arriva dritto in mezzo alle rapide: alle volte ci scappa il morto, altre invece ci si diverte come scemi e si approda a riva distrutti ma felici. Tornando alle famose tre domande di cui sopra, volevo puntualizzare sul fatto che alla seconda è molto facile rispondere, avendo la possibilità di suonare con carrettate di musicisti fantastici!



JC: Dato l’ostentato carattere “giovanilista e informale” non sembri troppo infastidito (anzi) dall’accostamento alla figura di Peter Pan, che come si sa risiedeva nell’Isola-che-non-c’è. Si può parlare per traslazione di un Jazz-che-non-c’è ?


PBB: Un po’ infastidito lo sono: a 36 anni non mi pare di essere così antico da dovermi far diagnosticare una sindrome di Peter Pan né di dover ostentare nulla. Il mio background è quello che è, e non mi pare che i miei compari dell’…uhm, avantjazz, più vecchi o più giovani di me, siano particolarmente affettati e formali… Il Jazz-che-non-c’è: c’è ed è come l’energia oscura! È da tutte le parti, è fondamentale per l’evoluzione del cosmo, ma non si vede… Il Jazz-che-c’è è la materia ordinaria, un mero 4% del totale, ma che monopolizza l’attenzione dei più solo perchè si vede.



JC: Puoi vantare un website personale piuttosto colorito ed una certa presenza sui social network: come giudichi il valore delle piattaforme virtuali in generale nella diffusione della musica di qualità, e in particolare dell’auto-promozione?


PBB: Il sito web l’ho disegnato e messo on-line più per sfizio che per utilità: purtroppo tutta la comunicazione e gli aggiornamenti sono stati assoggettati al moloch Facebook, che per quanto un poco di lavoro ai musicisti lo procuri, appiattisce la percezione dell’offerta musicale in maniera disastrosa… tutto si riduce a “mi piace”. Sarebbe ora e tempo di prendere il coraggio a quattro mani, tirarsene fuori e trovare altre strategie di promozione.



JC: Si deve al web la diffusione dell’ultima iniziativa della vostra etichetta discografica: così come nel ‘700 si poteva produrre la musica su sottoscrizione, la raccolta di un budget base via Internet permetterà di realizzare un nuovo CD.


PBB: Ecco, in tal caso Facebook si è rivelato invece preziosissimo. Avevo già tentato con successo una campagna di crowd-funding per l’ultimo disco dei miei Jümp The Shark, “Ohmlaut”. Per il disco celebrativo della 50esima uscita de El Gallo Rojo, gli obiettivi economici erano un poco più importanti, ma sono comunque stati centrati in pieno senza difficoltà, cosa che ci ha fatto non poco piacere dato che in questo modo siamo anche riusciti a tastare il polso della nostra fan-base, che è risultata essere parecchio in forma! Nella crisi nera della discografia, far parte di una nicchia può essere un vantaggio non da poco: è più facile trovare amatori e collezionisti di dischi di jazz più o meno d’avanguardia che di singoli di Rihanna. Con buona pace di Rihanna, che in questo momento ci sorride benevola sorseggiando un mojito dalla plancia del suo 50 metri. Questo per dire che – incredibile dictu – El Gallo Rojo Records è, seppur sempre di pochissimo, in attivo! Riusciamo, in buona sostanza, a ricavare dalle vendite dei dischi abbastanza da poter produrne altri. Mica poco.



JC: Sarebbe il caso di spendere qualche parola in più sull’etichetta-colettivo Gallo Rojo, la sua genesi in pillole e le sue strategie stilistiche? L’impressione generale è che le produzioni siano accomunate da una certa naturale eleganza, più esattamente da un comune tratto “estetizzante”.


PBB: Se può apparire così è perché non andiamo a proporre quel free “arrabbiato” anni ’60, i tempi sono ovviamente cambiati e i fatti hanno risentito della stratificazione dei più nuovi influssi. Gallo Rojo nasce nel già relativamente lontano 2005 grazie alle sinergie di Danilo Gallo, Zeno De Rossi, Massimiliano Sorrentini: si tratta dell’incontro di individualità che musicalmente hanno navigato nelle stesse acque, e pur nelle nostre personali differenze, tutte coinvolte nel jazz “di ricerca”. Ciò che si distingue nei quasi 60 CD ormai prodotto è la peculiare bio-diversità che scaturisce dalla varia rotazione dei vari membri del collettivo, ormai una quindicina, e dall’apporto dei vari ed eterogenei ospiti. Estetizzante non so, ma certo l’incontro delle “anime” partecipanti può anche dar vita anche a un certo ingentilimento delle forme… Un punto peculiare è anche la voglia d’importare il nostro gusto per la dimensione audio-visiva, che in parte cerchiamo di trasmettere anche nel lavoro grafico che accompagna le singole uscite discografiche.



JC: Potremmo fare ammenda per il Peter Pan e invece no, osservando che la tua immagine attinge anche a guise luciferine. Ignoreremo ciò, ma: il jazz è sempre la “Musica del Diavolo”?


PBB: Ma io dico che non lo è mai stata: il jazz è piuttosto la Musica dell’Anima. Poi, angelica o diabolica che sia, dipende sempre dalla personalità di chi si mette in gioco. Diventa la Musica del Diavolo però quando è disonesta: mi spiego, con ciò intendo che è tale quando si suona musica già troppo suonata e risaputa, e chi lo fa vive sul sudore di chi lo ha “onestamente” preceduto, impegnandosi e mettendoci davvero del suo.



JC: A questo punto, la Tua personale idea del jazz.


PBB: Spero che fra 50 anni chi si definirà musicista jazz sarà percepito alla stregua di quei buffi musicisti dixieland in paglietta e bretelle per i quali il jazz stesso è morto con King Oliver. Spero che questa musica continui ad andare avanti come ha sempre fatto, dividendosi e reincontrandosi in mille sentieri e vicoli ciechi, e che sia l’attitudine che la caratterizza e non i formalismi a sopravvivere. Insomma, che trionfi (e si evolva ulteriormente) la giraffa di Darwin su quella di Lamarck!