Stream of consciousness, il nuovo disco di Carla Marciano

Foto: Laura Casotti









Stream of consciousness, il nuovo disco della sassofonista Carla Marciano.


Stream of Consciousness è il quarto disco della sassofonista Carla Marciano. Che dire? È un disco genuino, diretto, potente, senza fronzoli, dove l’improvvisazione regna sovrana. La Marciano suona con un’energia senza pari, domina lo strumento e sa spingersi lontano grazie alle sue spiccate doti tecniche. In questo disco suona sia l’alto che il non facile sopranino. Da entrambi riesce a tirare fuori un suono personalissimo, con un timbro ben preciso e carico di lirismo. La sassofonista, ascoltandola, dà la sensazione di essere completamente a suo agio nonostante non sia facile improvvisare abbandonandosi pienamente al flusso di coscienza, schivando ostacoli e procedendo a volte, con una velocità che fa tremare i polsi. Molta di questa sua sicurezza gli è data dai musicisti che le sono accanto da diverso tempo: il pianista Alessandro La Corte, che la circonda con cerchi di note, Aldo Vigorito, che tiene la rotta col contrabbasso e Gaetano Fasano, che con la batteria la incalza, riempiendo di colori e sfumature la musica della Marciano.



Jazz Convention: Dagli esordi con l’etichetta Black Saint a Stream of Consciousness, tuo quarto disco. Cosa c’è di diverso in questo lavoro rispetto agli altri?


Carla Marciano: Direi che fondamentalmente c’è poco di diverso, a parte la normale maturazione delle idee che avviene, o quanto meno ci si augura avvenga, in ciascuno di noi ed intendo non solo riguardo la musica, ma anche dal punto di vista umano. Di base, con la mia musica, continuo a perseguire l’obiettivo di portare avanti il mio discorso musicale con coerenza, costanza e convinzione, cercando di non farmi intimorire dalle avversità (che ognuno di noi incontra lungo il proprio cammino) e di non farmi condizionare da nulla, sentendomi sempre a posto con la coscienza, autentica e sincera nell’espressione di me stessa attraverso la musica. Sì, perché da sempre mi piace intendere l’arte (la musica, nel mio caso) come l’espressione (e mi trovo d’accordo con il pensiero degli espressionisti – per un periodo mi sono dilettata con la pittura) della propria condizione spirituale, emotiva ed esistenziale. L’espressionismo s’imperniava proprio sulla spontaneità e piena libertà della manifestazione artistica, volta a esprimere emozioni, sensazioni, sentimenti, senza mediazioni, in pittura anche con impetuosa violenza cromatica e grande intensità espressiva, spesso fino a raggiungere la deformazione caricaturale. L’espressione artistica intesa come riflesso immediato della condizione umana e delle sfumature più intime dell’anima dell’autore. Gli espressionisti però avevano una visione drammatica e pessimistica del mondo, io invece cerco di guardare le cose in modo positivo. Sarebbe il massimo se la mia musica riuscisse a lasciare nell’ascoltatore una sensazione di energia e un messaggio di amore per la vita. È fondamentale per me anche il fattore comunicativo, nel senso che credo difficilmente sarà possibile comunicare qualcosa di vero e raccontare se stessi se non ci si abbandona totalmente e ci si mette a servizio delle proprie emozioni. La mia musica nasce sicuramente da un’urgenza interiore, diciamo che è il veicolo per esprimere me stessa nella maniera più libera e incondizionata possibile. E per fare ciò non tutte le situazioni sono adatte, per questo lavoro da dieci anni con una formazione stabile, senza escludere naturalmente tutte quelle collaborazioni che stimolano il mio interesse e la mia creatività. Di diverso dagli altri lavori forse c’è che questo disco è probabilmente ancora più spontaneo e adrenalinico dei precedenti, anche perché è un live in studio e credo che non ci sia modo migliore di questo, a parte il live vero e proprio, in concerto, per ottenere l’assoluta spontaneità ed autenticità del lavoro che si vuole registrare.



JC: Hai cambiato anche etichetta…


CM: Quando esattamente dieci anni fa a mezzanotte di un sabato sera mi telefonò Giovanni Bonandrini per dirmi che avrebbe prodotto il lavoro che gli avevo mandato, fu un’emozione incredibile. Avevo messo il master in busta e l’avevo spedito immaginando che sicuramente non avrei ricevuto risposta. La Black Saint era un’etichetta che conoscevo per essere una delle più prestigiose a livello internazionale nella documentazione del free e di un certo jazz d’avanguardia a partire dalla metà degli anni ’70, dal 1984 al 1989 la migliore etichetta di jazz nel mondo e Giovanni Bonandrini miglior produttore discografico secondo il referendum della celeberrima rivista statunitense Down Beat. Il mio primo disco, Trane’s groove, uscì per la DDQ (Dischi Della Quercia), la terza etichetta dei Bonandrini insieme alla Black Saint e alla Soul Note, catalogo dedicato esclusivamente al jazz italiano. Nel 2005 poi, con il secondo disco A strange day fummo “promossi” nel catalogo Black Saint, ovviamente con immensa soddisfazione da parte mia e di tutto il gruppo. Pochissimi musicisti italiani erano inseriti in quel catalogo, si contavano sulle dita di una sola mano, e adesso anche noi. Ho avuto davvero uno splendido rapporto, umano e professionale, con Flavio e Giovanni Bonandrini. Sì, perché era Flavio, il figlio, che ha sempre gestito l’etichetta dal punto di vista pratico, da quando io sono entrata nella loro scuderia; Giovanni si occupava solamente delle scelte artistiche. Poi circa tre anni fa, un anno dopo l’uscita del mio terzo CD Change of mood, loro si sono ritirati ed hanno ceduto i tre cataloghi alla CAMJazz, che oggi però non produce più nulla per quelle etichette, ma solo cofanetti e ristampe dei CD di alcuni di quegli artisti storici che incisero per i Bonandrini. Anche oggi, nonostante non si lavori più insieme, siamo legati da un rapporto di stima e affetto reciproco. Quindi, per forza di cose, finì una bellissima e duratura collaborazione con la Black Saint, ragion per cui è passato un po’ di tempo in più dall’ultimo disco all’uscita di questo. C’è voluto del tempo prima che incontrassi le persone giuste con le quali poter iniziare una nuova collaborazione. Le ho incontrate in Fabrizio Salvatore e Alessandro Guardia di Alfa Music, etichetta molto più giovane (ha circa la metà degli anni della Black Saint), ma che sta acquistando sempre maggiore prestigio, con un catalogo di grande valore e spessore, che ospita in sé alcuni dei migliori musicisti italiani e non solo. Mi sto trovando molto bene e sono contenta di aver fatto questo disco con loro. Mi auguro che la nostra collaborazione possa continuare anche in futuro.



JC: I musicisti che suonano con te ti seguono da diversi anni…


CM: Sì esattamente, se consideri tutto ciò che ho detto fino ad adesso capirai che non poteva essere diversamente. Lavorare con una formazione stabile mi ha dato e mi dà modo di poter condurre il mio discorso musicale con la coerenza di cui parlavo prima. Se il gruppo cambiasse a ogni disco, difficilmente ciò potrebbe accadere. Alessandro La Corte, Aldo Vigorito e Gaetano Fasano, sono dei bravissimi musicisti che, pur brillando di luce propria ed avendo i loro progetti, con disponibilità ed entusiasmo mi hanno sempre consentito di portare avanti questo quartetto in maniera stabile. Conoscendoci da tantissimo tempo e abitando nella stessa città, Salerno, abbiamo avuto modo di crescere insieme musicalmente, di confrontarci e soprattutto di suonare e provare tanto – prerogative fondamentali per condurre un progetto stabile. Con Alessandro poi ho un rapporto particolare. Siamo stati insieme per tanti anni e poi ci siamo sposati quattro anni fa. Con lui, da sempre, lavoriamo agli arrangiamenti delle composizioni che principalmente sono originali e sono le mie (sporadicamente abbiamo anche riproposto qualche standard della tradizione jazzistica, come è capitato nel primo e nel secondo disco), ma a volte è anche accaduto che qualche sua composizione fosse presente all’interno dei nostri dischi. In quest’ultimo, ad esempio, c’è invece un suo adattamento di un’antica melodia inglese dal titolo God rest ye merry, gentlemen. E poi, soprattutto, la formazione stabile ti dà la possibilità di creare quell’intesa musicale che diventa un fattore importantissimo ai fini della spontaneità e autenticità dell’espressione musicale a cui tendo nei miei progetti. E si capisce anche perché ho voluto che dal secondo disco in poi i CD fossero a nome di Carla Marciano Quartet e non soltanto di Carla Marciano, come il primo, dove erano presenti già i tre quarti di questo quartetto, con la differenza che non c’era ancora Gaetano alla batteria, ma Donato Cimaglia, mentre al contrabbasso si alternavano Aldo e Dario Deidda.



JC: Suoni sia il sax alto che il sopranino. Quale dei due strumenti preferisci di più e perché?


CM: Il sopranino è davvero uno strumento utilizzato da pochissimi, probabilmente perché difficile da intonare e perché ha un timbro particolare. Non possedevo nessun disco di jazz in cui poterlo ascoltare. Questo fatto m’incuriosì e mi spinse a comprarlo circa una quindicina di anni fa, quando, tra l’altro, mi sarebbe piaciuto avere uno strumento che avesse avuto un timbro più tagliente del soprano (che suonavo allora) ed un suono più “caratteristico”, per suonare alcuni brani dal sapore etnico. C’è voluto un po’ di tempo prima di prendere dimestichezza con quel sassofono. È davvero particolare rispetto agli altri sassofoni e poi è molto piccolo tra le mani. Ho cominciato a studiarlo e non sono riuscita più a staccarmi; così ho abbandonato il soprano. Mi ci sono affezionata e non nascondo che mi ha incuriosito il fatto che erano, e sono tutt’oggi, davvero in pochissimi a suonarlo. Lo utilizzai la prima volta in registrazione, nel mio primo CD in un brano intitolato Trane’s groove e in un altro “etnico-elettronico” di Alessandro, intitolato India’s mood. Oggi lo uso anche in qualche pezzo non necessariamente “particolare” o dal sapore etnico, come facevo all’inizio. Comunque preferisco decisamente suonare l’alto, perché è uno strumento molto più versatile ed ha un timbro molto più morbido, che non stanca mai. E poi sono proprio innamorata dell’alto, come strumento… Il sopranino è il più piccolo dei sassofoni e quindi ha un suono acuto e tagliente, come dicevo prima. A volte, dopo qualche brano, l’orecchio potrebbe anche stancarsi, proprio per via del suo timbro. Io, in genere, in un CD non eseguo mai più di due pezzi al sopranino e lo stesso accade anche nel live.



JC: Cosa rappresenta per te John Coltrane, musicista a cui ti ispiri, almeno in questo lavoro…


CM: Più che un’ispirazione, direi piuttosto che Coltrane rappresenta una sorta di esperienza mistica che è rimasta dentro di me da quando ne rimasi letteralmente folgorata ascoltando la sua musica. Presente in questo lavoro, secondo me, né più né meno che negli altri. Coltrane rappresenta quindi, qualcosa di magico e di spirituale, oltre che un musicista letteralmente geniale e inarrivabile, da sempre gioia per le mie orecchie ed il mio cuore. Direi che si tratta proprio di un legame emozionale che ho soprattutto con il Coltrane degli anni ’60, quello del quartetto, per intenderci. Però ovviamente la mia musica esprime il mondo interiore di Carla Marciano e non quello di John Coltrane. Ovviamente, per me non è esistito solo Coltrane. Sono sempre stata una grande appassionata dello studio e, a parte il mio diploma di Conservatorio in clarinetto, sono una che ha studiato il jazz da sola, sui dischi, e quindi mi sono “passati per le mani” tutti i grandi, parecchi dei quali ho anche amato in maniera molto particolare, come Charlie Parker, Dexter Gordon, Joe Henderson, Sonny Rollins, Thelonious Monk, Bill Evans, McCoy Tyner, Wayne Shorter, Dave Liebman, giusto per nominarne qualcuno. Mi fermo perché la lista sarebbe troppo lunga.



JC: Stream Of Consciousness è un disco genuino, diretto, spontaneo. Com’è nato?


CM: È nato dalla mia voglia di esprimere una musica, proprio come hai detto tu, diretta, emozionale e senza filtri, in cui poter utilizzare un linguaggio improvvisato, istintivo e aperto ad ogni rischio per comunicare il mio mondo interiore, le emozioni, le passioni o ansie più profonde. Il titolo del disco vuole indicare proprio ciò. Stream of Consciousness (in italiano Flusso di coscienza) infatti, come è noto, è quella tecnica che consiste nell’espressione (del flusso) di pensieri, emozioni, sensazioni, sentimenti (ovvero la coscienza, intesa come interiorità), così come affiorano nella mente umana, prima di essere organizzati secondo la logica. Un fluire tumultuoso di contenuti mentali espressi in modo immediato e continuo. Questa tecnica, la cui notorietà si deve soprattutto allo scrittore irlandese James Joyce, nata anche in seguito alle pubblicazioni degli studi di Sigmund Freud sulla psicoanalisi, si basava proprio sull’esplorazione di quei processi mentali che si sviluppano in quell’area della mente che non è controllata razionalmente né logicamente organizzata. Disdegnava la punteggiatura formale, il rispetto delle regole grammaticali, i passaggi logici, proprio per riflettere la sequenza caotica dei pensieri. E in musica, per me, ciò si è tradotto in un linguaggio, come ho appena detto poco fa, aperto a qualsiasi rischio, che a volte può anche diventare spigoloso e torrenziale, altre morbido e meditativo, ma specchio coerente del fluire dei miei pensieri e delle mie emozioni. Quindi ho deciso di intitolare proprio così questo disco, perché mi sono accorta di essere sempre stata in forte sintonia con questa forma di espressione. È quasi come aver trovato un nome per ciò che già facevo da tempo. Mi sono perfettamente ritrovata in questa tecnica espressiva. Il materiale musicale (le composizioni) lo avevo già, e poi era tanto che desideravo registrare un live in studio, una registrazione che avvenisse suonando tutt’insieme in un unico ambiente, con le vibrazioni della musica che ti avvolgono e senza la possibilità di ripetere nulla, magari giusto facendo qualche take in più di alcuni brani. Credo, come ho già detto, che non ci sia modo migliore per ottenere una musica spontanea ed autentica.



JC: I brani sono tutti scritti da te tranne God rest… Ce li puoi commentare?


CM: I brani sono scritti da me tranne il primo che è un’elaborazione di Alessandro la Corte di God rest ye merry, gentlemen, antico canto natalizio della tradizione inglese che Alessandro è riuscito ad adattare in maniera davvero ipnotica ed in perfetta linea con le mie idee, in assoluta simbiosi con tutto il contenuto del CD. In studio lo abbiamo eseguito una sola volta ed è quella che si ascolta sul disco! Tra l’altro come apertura su un ipnotico groove di basso, tra continue riprese del tema, si dispiegano gli assoli, tra modalità e tonalità. A questo segue il trittico Stream of consciousness e per commentarlo non posso fare a meno di riportarti esattamente ciò che a tale proposito, io stessa ho scritto all’interno del booklet del CD. Una sorta di suite che preferisco chiamare trittico, avvalendomi di un termine che viene utilizzato soprattutto in pittura per indicare un’unica opera divisa in tre parti. Infatti, come il trittico di un pittore è composto da tre pannelli, esso è costituito da tre parti principali (Inner blast / Consequence / Turning point, in italiano Esplosione interiore / Conseguenza / Svolta finale) relative allo stesso discorso, in più, precedute da un’Introduzione (Preceding). Dunque, esse sono sì, collegate l’una all’altra come nella suite, ma a loro volta anche indipendenti; tre episodi autonomi, ma complementari, diciamo così. I titoli delle parti vogliono alludere a un viaggio immaginario, proprio attraverso quel processo che un’emozione genera nella nostra mente, dall’inizio della sua percezione, fino ad arrivare ad un’espressione finale, che può essere una frase, così come una musica, un disegno o altro… Processo che ho immaginato di “vedere” al rallentatore, ma che nella realtà, potrebbe consumarsi anche in brevi momenti. I tempi metronomici delle parti contribuiscono a scandirne le varie fasi: si passa dal free dell’introduzione (Preceding) al medium-up di Inner blast, allo slow di Consequence, al fast di Turning point. In ogni parte del trittico ciascuno strumento è protagonista insieme al sassofono: in Inner blast e Consequence il pianoforte; in Turning point la batteria; mentre al contrabbasso è lasciato il collegamento tra Inner blast e Consequence. Per concludere poi, preciso che quindi il titolo Stream of consciousness non si riferisce al discorso compositivo in sé, infatti, le parti hanno temi, strutture armoniche ed arrangiamenti prestabiliti mi chiedevo se starai pensando che prima ho parlato di espressionismo, adesso di trittico… tutti termini che riguardano molto più la pittura che la musica. Poi c’è Inside, è una ballad; quella non può mai mancare nei miei dischi, nel CD scorso ce n’erano addirittura tre! Amo moltissimo le ballad, anche se a volte può pure capitare che proprio per quel mettersi a servizio delle emozioni di cui parlavo prima, possa trasformarsi in un brano dalla forte intensità, dando spazio all’impeto dei sentimenti… Inside si conclude con una cadenza di solo sassofono, altra cosa che faccio spesso. Mi piace rimanere ogni tanto anche da sola… C’è sempre almeno una cadenza nei miei dischi. E il disco si chiude con Handshake, brano al quanto esplosivo ed energico, in cui suono il sopranino come in God rest ye merry gentlemen. Quindi Stream of Consciousness si apre e si chiude con il sopranino.



JC: Come giudichi il jazz italiano?


CM: A me sembra di ottima qualità. Ci sono tantissimi musicisti davvero forti, e non solo tra quelli particolarmente noti. E ci sono sicuramente tanti festival e rassegne di musica, anche se nell’ultimo paio d’anni un po’ meno, diciamo pure che non è stato proprio un periodo “rose e fiori” in generale per il nostro paese… Però è inutile nascondere che spesso c’è un po’ di paura generale nel proporre un jazz non proprio in giacca e cravatta… Molta di più rispetto ad altri paesi come la Francia o la Germania, ad esempio…, e naturalmente gli Stati Uniti….



JC: I prossimi progetti di Carla Marciano?


CM: In primis, quest’inverno portare in giro il nuovo lavoro Stream of Consciousness. Poi, ho già molto materiale pronto per un prossimo disco, quindi voglio lavorare agli arrangiamenti e mi auguro ci sia anche l’ispirazione per scrivere qualcos’altro di nuovo. Da quest’estate, sto collaborando spesso con Tullio de Piscopo, unendomi alla sua band nella parte jazzistica dei suoi concerti. Naturalmente, per me è un grande onore e piacere collaborare con questo grandissimo batterista italiano e quindi spero che continui anche questa bella esperienza. Alessandro sta preparando un progetto in sestetto, basato su sue composizioni ed arrangiamenti originali. A breve andremo in sala. Con il violinista Stefano Pastor ed il mio quartetto ci sarebbe invece l’intenzione di lavorare su un progetto-tributo al violinista polacco Zbigniew Seifert. Ne abbiamo parlato a lungo e vedremo se si realizzerà… Tra i miei progetti c’è poi sicuramente quello di continuare sempre a studiare e ricercare in musica. Questa è una cosa che da quando ho cominciato a suonare non ho mai smesso di fare e che continuerò sempre a fare!