Sommer/Yannatou/Floridis/Voulgaris/Kastanis – Songs for Kommeno

Sommer/Yannatou/Floridis/Voulgaris/Kastanis - Songs for Kommeno

Intakt Records – CD 190 – 2012




Günter Baby Sommer: batteria, percussioni, direzione

Savina Yannatou: voce

Floros Floridis: sax soprano, clarinetto, clarino basso

Evgenios Voulgaris: yayli, tanbour, oud

Spilios Kastanis: basso





Ambizioso, comunicativo, civile soprattutto, sono gli aggettivi che si avvicendano spontanei trattando del bell’album di notevole fattura editoriale Songs for Kommeno, appena edito dall’elvetica Intakt Records. Non è oscura la statura del grande caposcuola dresdiano della batteria Günter “Baby” Sommer, che almeno per Intakt aveva firmato negli ultimi due anni un paio di eccellenti e vitalissimi album in coppia con il pianista Ulrich Gumpert, oltre a mantenersi ben in vista e in condizioni di palese parità con grandi protagonisti quali George Lewis e Wadada Leo Smith. Reinnovando ora totalmente la line-up con una stimolante compagine ellenica, tra cui spicca la cantante-performer Savina Yannatou (certamente nota almeno per le apparizioni in ECM in proprio e negli ensemble di Arild Andersen), l’album in realtà ha forti precedenti etno-concettuali con le protratte frequentazioni elleniche del batterista, in particolare con il contrabbassista e il fiatista qui coinvolti (già nel Floridis-Kastanis-Sommer trio).


Grandi cure nella realizzazione del disco-libretto, non poi così distante da certe produzioni “da viaggio” alla Romano-Sclavis-Texier, ma prediligendo nel presente caso non tanto la parte iconografica (pur apprezzabile) quanto i testi di personaggi variamente (e in varie epoche) coinvolti nell’antefatto, lo sterminio perpetrato dalla Wehrmacht nel 1943 durante l’occupazione greca nel villaggio di Kommeno, violenza che risuona ancor oggi forte nelle coscienza germanica contemporanea, e che oltre ai testi è l’oggetto anche di una densa intervista a Sommer condotta dal produttore Patrik Landolt.


“Io non sono un politico, sono un musicista e la musica è ciò che posso offrire. Il blues, che è parte del jazz, parla d’amore e sofferenza nella vita, implica rassegnazione, risveglio, lutto e gioia. Il jazz è anche liberazione da tutto ciò che in modo innaturale ci confina e ci limita; ed è anche politico, è il tipo di musica che può reagire agli eventi del nostro tempo nel modo più rapido. Ciò che ho tratto dai miei legami con il jazz fin dagli inizi è che dobbiamo porci in relazione con gli eventi che hanno luogo nel nostro mondo” – queste, tra le molte parole del solido e motivato batterista-direttore, che inanella nell’opera (il termine appare appropriato) una sequenza di canti segnata dagli accenti fortemente balcanici del clarino di Floridis, la sensibilità cellistica e le scansioni del basso di Kastanis, arricchita dagli apporti mai solo coloristici dell’instrumentarium ellenico di Voulgaris.


Dischiudendosi nei primi lucori del giorno di Tears, crescente via via più vigoroso e processionale, l’opera fa spazio agli straniamenti melanconici di Lost ring e Marias Miroloi, enunciazioni di dolore imploso e inconsolabile, l’ora della violenza e dell’insensatezza del teatro della guerra s’incarna nel rabbioso drumming di Andartes; l’elaborazione del lutto, negli stati sospesi delle steel drums di Sommer e delle preziosità lacerate di voce di Savina Yannatou in Arachthos hanno transizione nella compunta nenia mediterranea Lullaby, si percorre a passo lento e pesante l’arida plaga del dolore dell’ipnotica Children Song per coagularsi nell’orgoglio e nel riscatto con il free marciante (e dai grotteschi, forti richiami monkiani) del conclusivo Kommeno Today.


Il jazz non è immemore dei molti influssi, storici e di colore che continuano a forgiarlo e la Storia fattasi ancora una volta immane tragedia si fa, in musica, rappresentazione di forza e stupore: come l’epocale, weatherreportiana Unknown Soldier volle farsi aspro paradigma delle lacerazioni e dell’insensatezza della violenza interumana, questa nuova, piccola pietra miliare evidenzia l’attualità e l’impegno di una delle forme più consapevoli e cangianti in musica (e in arte): il jazz, nelle sue mai sopite, attive forme d’impegno e di pensiero.