Gianni Lenoci Hocus Pocus 4 + Taylor Ho Bynum – Empty Chair

Gianni Lenoci Hocus Pocus 4 + Taylor Ho Bynum - Empty Chair

Silta Records – SR1301 – 2013




Gianni Lenoci: pianoforte

Vittorio Gallo: sax soprano

Pasquale Gadaleta: contrabbasso

Giacomo Mongelli: batteria

Taylor Ho Bynum: cornetta





Gianni Lenoci possiede davvero una formula magica per riuscire a coinvolgere nei dischi del suo Hocus Pocus musicisti di valore e farli sentire come a casa proria. Dopo Steve Potts è il turno di Taylor Ho Bynum. Dall’alter ego sassofonistico di Steve Lacy si passa alla tromba delle ultime formazioni di Anthony Braxton. In realtà il cornettista americano ha esperienze individuali in cui visita ambienti più caldi e sanguigni, meno legati ad un’improvvisazione circoscritta da geometriche gabbie concettuali, come è tipico nel macrocosmo del compositore chicagoano.


In questa incisione Ho Bynum dà di piglio al suo ottone con energia, fuoco e sapienza tecnica di prim’ordine. La sua cornetta imita il soffio del vento, sibila, fischia, si lancia in sequenze vorticose transitanti da suoni impropri, illeggittimi verso altri, limpidi e cristallini. Va in cielo sugli acuti e ritorna sulla terra nel profondo con i gravi. Il suo solo in Graduale, ad esempio, è talmente sfaccettato, ricco di sfumature, di cambiamenti di modo e di tono da giustificare di per sé stesso il prezzo dell’album. Il cd, però, non si fa raccomandare solo per la prova dell’illustre ospite. Gianni Lenoci suona il pianoforte con una carica propulsiva a volte sottotraccia, molto spesso in bella evidenza. Il suo ruolo è quello di regista delle operazioni. E’ lui che determina i mutamenti di scena e lancia gli assoli dei suoi partners. Non si limita a scorrazzare sugli 88 tasti. Quando ne sente l’urgenza espressiva va a tormentare la cordiera del suo strumento con effetti del tutto coerenti al contesto.


Gadaleta e Mongelli sono attenti alle sollecitazioni del leader, in linea, nella sostanza, con l’andamento ritmico dei vari brani. In realtà basso e batteria si divincolano e svincolano da ipotetici lacci e lacciuoli e vanno dritti o a zig zag per la loro strada, arrivando, comunque, puntualmente in tempo agli appuntamenti periodicamente fissati lungo il percorso.


Vittorio Gallo è giocoforza attratto dal modello Steve Lacy. Si impegna, però, nella ricerca di un timbro personale, di un suo modus operandi. Il sopranista esibisce tutta una serie di suoni irregolari, sporchi e molesti, ma la sua cifra stilistica più particolare si rileva negli interventi giocati su frasi tronche che non arrivano mai a definirsi compiutamente, lasciando un senso di indeterminatezza, di indecisione.


La musica del disco comprende pezzi di derivazione lacyana, introdotti da temini semplici semplici, ripetuti un certo numero di volte, per aprire successivamente le porte dell’inferno o del paradiso di assoli aggrovigliati, contorti eppure così poetici e conseguenti e ritornare da capo alla cantilena iniziale riproposta a chiudere il discorso.


Ci sono squarci di freebop della più bella acqua. Si ascoltano bozzetti sospesi o rumoristici appannaggio di pochi strumenti. In alcuni brani, infatti, qualcuno tace. Ciascun brano è dotato di una struttura flessibile e modulata. In tutte le tracce si alternano climi diversi e contrapposti, come in un viaggio in cui si conoscano esattamente i momenti di pausa, le tappe intermedie obbligate e la agognata meta finale


In conclusione, Empty chair segna ancora un passo in avanti nella carriera artistica del compositore di Monopoli. Il leader di Hocus pocus allestisce una situazione in cui il trombettista ospite non viene trattato da star, ma è stimolato a fornire al meglio la sua collaborazione all’interno di un gruppo felicemente amalgamato e coeso esteticamente. E la magia dell’incontro estemporaneo a questo punto non c’entra più di tanto. Contano le idee, la coerenza di portarle avanti con convinzione come succede, non per caso, ad un musicista preparato e con le antenne ben indirizzate come Gianni Lenoci.