Bruno Heinen Sextet – Karl-Heinz Stockhausen Tierkreis

Bruno Heinen Sextet - Karl-Heinz Stockhausen Tierkreis

Babel Label – BDV13119 – 2013




Bruno Heinen: pianoforte

James Allsopp: clarinetto basso

Fulvio Sigurta: tromba

Tom Challenger: sax tenore

Andrea Di Biase: contrabbasso

Jon Scott: batteria





Come racconta Bruno Heinen nelle note di copertina del disco, alcuni dei carillon originali, predisposti dallo stesso Karl-Heinz Stockhausen per la realizzazione di Tierkreis sono diventati di proprietà della sua famiglia, ben prima che il pianista nascesse. E di conseguenza la fascinazione per questi oggetti, prima, e per la musica del compositore tedesco, poi, si pongono alla base di una ricerca importante compiuta da Heinen alla guida di un sestetto residente a Londra ma che presenta al suo interno musicisti provenienti da territori differenti e attenti alle tante possibilità odierne dell’improvvisazione. E questo spiega come uno dei punti nevralgici del lavoro sia la sintesi lucida di fascinazione e rigore: una sorta di calcolo appassionato, necessario per seguire la strada tracciata da Stockhausen.


Le dodici composizioni di Tierkreis, infatti, sono state scritte come parte interna di Musik im Bauch, una opera per sestetto di percussioni, e affidate a dodici carillon. In realtà, i dodici brani formano un corpus autonomo dove ogni melodia è dedicata ad uno dei segni dello zodiaco, è incentrata su un campo cromatico diverso e ha un proprio sviluppo ritmico. Le regole imposte da Stockhausen per le esecuzioni di Tierkreis sono due: cominciare e chiudere con il tema dedicato al segno sotto il quale avviene la performance – e nel caso del disco, la registrazione essendo stata effettuata in aprile, quest’onore va appunto ad Aries; ripetere almeno tre volte ciascuna melodia.


Il meccanismo predisposto da Bruno Heinen per il suo sestetto è estremamente vario e attento a cogliere le ispirazioni provenienti dalla matrice originaria e a miscelarle con l’approccio jazzistico e con le propensioni personali dei musicisti presenti nel lavoro: a seconda dei brani, il leader si mantiene vicino all’originale o se ne smarca per dare una visione più ampia, dove si vede il trattamento operato in fase di arrangiamento e la direzione “imposta” alla musica.


Una front line ampia e una formazione utilizzata secondo una concezione modulare – dal solo al sestetto – permette al leader di spaziare tra le diverse suggestioni e innescare un lavorìo in ogni direzione, capace di accogliere al suo interno riflessi jazzistici provenienti dal modale e dal free, senza dimenticare lo swing e il mainstream. Aries apre il disco con un dialogo tra il carillon e il pianoforte e lo chiude con un’improvvisazione di pianoforte, contrabbasso e batteria guidata nuovamente dal carillon. All’interno delle due versioni, il pianista architetta un caleidoscopio musicale dove trovano posto un momento elegiaco come Virgo, affidato alla tromba di Fulvio Sigurtà, al pianoforte di Heinen e al relativo carillon che subentra nel finale e gli spigoli vivi e visionari di Scorpio che richiamano le atmosfere progressive dell’incontro tra Robert Fripp e Keith Tippett e, con uno dei numerosi cambi di orizzonte, il crepuscolare incrocio di fiati con cui si apre Capricorn.


Heinen tiene tutti questi elementi – e tanti altri, naturalmente – insieme con una regia accorta. L’ingresso dei carillon, ad esempio, all’interno di brani già avviati costituisce un momento del tutto cinematografico: efficace nel creare sospensione e sorpresa, utile per ricondurre il sestetto alla matrice originale della musica, e in questo caso la parola originale viene sottolineata dall’utilizzo degli oggetti concepiti dallo stesso compositore. Le atmosfere si susseguono con una disposizione fluida e gli spunti offerti dalle partiture di Stockhausen diventano la base di partenza per interpretazioni che sfruttano la preparazione degli strumenti e il dialogo informale, strutture ritmiche più tradizionali e il rispetto della scrittura e dell’arrangiamento.


Un altro punto importante nel ragionamento intorno a questo lavoro è un discorso fatto spesso a proposito della musica rock e dei protagonisti della scena pop del novecento: vale a dire, Stockhausen, ma anche Cage, Berio o altri compositori della musica colta del secolo scorso come ispirazione, influenza, riferimento, guida linguistica per il musicista jazz di oggi, un “essere” dedito ad un ricerca senza confini, rivolta in modo continuo a mettere a punto un vocabolario sonoro ed espressivo quanto mai ampio e trasversale, utile per l’improvvisazione e per la scrittura, fertile come terreno di incontro e necessario per suscitare idee e situazioni creative.