Massimo Barbiero & Marta Raviglia – Gabbia

Massimo Barbiero & Marta Raviglia - Gabbia

Splasc(h) Records – CDH 2536.2 – 2014




Massimo Barbiero: batteria, gongs, tabla, percussioni, marimba

Marta Raviglia: voce, pianoforte, live electronics





La voce e le percussioni: non è un abbinamento consueto nell’ambito della musica improvvisata o nel jazz. Viene subito alla mente, però, il recente cd The cave, a firma di Marilena Paradisi, in duo con Ivan Macera. In campo internazionale si può risalire a Phil Minton con Roger Turner, ma non sono molti, comunque, quelli che hanno tentato questa avventura. È abitudine di Massimo Barbiero, d’altra parte, alternare all’attività con i gruppi allargati, l’incontro con musicisti-amici in un contesto più raccolto quale è la formula del duo. Dopo Cojaniz, Maier e Marcella Carboni arriva il momento di Marta Raviglia, presenza stabile, da qualche anno, nel quartetto di voci femminili dei progetti speciali di Odwalla. Precedentemente, in Denique caelum, in verità, il batterista eporediese aveva dialogato con Rossella Cangini. E quindi, evidentemente, il confronto con la voce affascina particolarmente il leader di Enten Eller.


Gabbia è strutturato come un album concept. C’è dietro un’idea informante forte, infatti, sottesa alla stessa declinazione del titolo. La gabbia come spazio limitato, chiuso, che scatena il desiderio di smarcamento, di fuga per superare l’intralcio delle sbarre. E della volontà di uscire dagli impedimenti delle regole codificate, per respirare un’aria di libertà artistica, è intriso l’intero album.


La Raviglia seleziona una serie di estratti da opere di autori del quattro e cinquecento, da Ludovico Ariosto a Leonardo da Vinci, da Matteo Boiardo a Marino. La cantante laziale si impadronisce di questi testi, li espone e li scompone, cercando di far risaltare la musicalità delle parole, più che il loro senso. Per mezzo della loop station crea delle cantilene ritmate che richiamano echi del folklore tipico dell’Italia centrale. Improvvisamente tace. Poi la si avverte in sottofondo che produce note acutissime, prossime al fischio. È tutto un lavoro dentro e fuori la tradizione, fra l’antico, il contemporaneo e oltre, in sequenze esemplari della capacità di trattare qualsiasi materia e di renderla qualcosa d’altro, rispetto alle premesse iniziali e di farla diventare inevitabilmente una cosa solo sua. Accanto a questa partner direttiva, guida in pectore della coppia, Massimo Barbiero agisce con tatto e discrezione. Come suo marchio di fabbrica, il percussionista scuote e lascia vibrare i suoi strumenti con una delicatezza riflessiva. Nel senso che ogni passaggio è frutto di un pensiero. Niente avviene per caso. Il riverbero del gong, le frasi prodotte con la marimba o gli interventi della batteria si pongono, in ogni modo, come contraltare jazzistico o parajazzistico per recitativi e vocalizzi di altra natura. Come per miracolo le due strade apparentemente parallele trovano modo di diventare attigue e convergenti. Curiosamente il brano migliore di un disco del tutto apprezzabile è Cristiana, una delle composizioni a cui Massimo Barbiero è più legato. Le percussioni sono, in questo caso, protagoniste assolute, ma quel vocalizzo in sottofondo che compare e si fa mano a mano più vicino fornisce elementi per una rilettura ancora diversa di un brano suonato tante volte da Odwalla.


Gabbia, in fin dei conti, è un album sicuramente singolare, di cui si scopre la bellezza piano piano, lasciandosi trasportare, rapire in questo viaggio fra il rinascimento e l’Africa rimodellata e rivissuta sulle rive della Dora Baltea, specificatamente a Ivrea.