Daniele Di Bonaventura: bandoneon
Arild Andersen: contrabbasso
Tuk Music – 2025
Roots è un disco magnifico, nel senso di come la disciplina della musica conduce l’ascoltatore verso dimensioni che non hanno più nulla di materiale. Il suono si spande nello spazio come se incarnasse lo spirito dei luoghi in cui viene generato. Produce immagini che si materializzano nella nostra testa, paesaggi e storie che sono il significato intrinseco della narrazione. Così è come appare e si ascoltaL’amico norvegese, un titolo da romanzo carico di mistero, di lande brumose e infiniti silenzi. Così come potrebbe essere ancheL’ultimo addio, una nave che lascia il porto, un braccio alzato per salutare e emozioni e lacrime che si mischiano alla salsedine di un mare che si fonde con il cielo. Andersen lo racconta attraverso il contrabbasso, nota dopo nota, sommesso come fossero parole pesate e pregne di vita. Di Bonaventura invece infonde sacralità. Il bandoneon sembra un organo a canne che “vibra” tutt’attorno spingendo la musica verso l’alto, come inni gotici di una liturgia pagana e popolare. Crediamo che sia questo il segreto di Roots, un viaggio raffinato tra mari che a loro modo si bagnano di sole e luce. Poi spetta alla musica illuminarli attraverso un percorso di composizioni originali che raccordano il freddo, introverso e lontano nord al caloroso e crepuscolare sud. Su tutto e tutti si erge il suono, una sorta di spartiacque emozionale, modulatore di sentimenti e catalizzatore di impressioni. Roots sono due radici che si incontrano, due culture che si raffrontano e incrociano, che generano un sentimento universale espresso attraverso una liturgica e sacra paganità musicale. Le poetiche brume del nord e le luci polverose del sud disegnano uno scenario felice e gioioso come quello suonato inDreamhorse, oppure inchiodano gli astanti davanti al “canto” diMaria’s Song, una litania nostalgica e di devastante bellezza che si perde tra le liriche e infreddolite immagini diPreludio d’inverno.
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