Slideshow. Giampaolo Ascolese

Foto: Fabio Ciminiera










Slideshow. Giampaolo Ascolese.


Jazz Convention: Così, a bruciapelo puoi parlarci del tuo nuovo lavoro discografico?


Giampaolo Ascolese: Il nuovo disco è quello del gruppo Spirale: Live Inside. Il gruppo lo abbiamo rimesso in piedi dal lontanissimo 1974 (anno in cui facemmo, appunto, il primo disco), con gli storici componenti di allora, fatta eccezione di Corrado Nofri – pianista – che è tragicamente scomparso ormai quattro anni fa. I componenti sono dunque Gaetano Delfini alla tromba, Giancarlo Maurino ai sassofoni, Michele Ascolese alla chitarra e il sottoscritto alla batteria.



JC: E in cosa consiste Live Inside?


GA: Si tratta di un lavoro assolutamente imperniato su tutto quello che si sentiva in quel tempo, il tutto filtrato da un “sentimento” jazzistico. Il disco – secondo me – non si può definire Jazz Classico, ma non lo si potrebbe nemmeno definire fusion – odiata da tutti noi… – ma sicuramente neanche world music (ma forse un goccio in più degli altri generi, quest’ultima è presente).



JC: Quindi sei contento di Live Inside?


GA: Live Inside è sicuramente quello che tutti noi abbiamo maturato in questi anni, con tutte le nostre esperienze diversissime le une dalle altre, e cioè dalla musica jazz (io) alla musica ethno-pop (Michele) alla musica classica-folk (Peppe) alla world (Giancarlo), alla musica popolare antica (Gaetano). Ci siamo rivisti in cantina come una volta, ma con molti anni in più e comunque con almeno altrettanto entusiasmo creativo e quindi per noi è stata già questa una vittoria. Poi… gli esperti come te giudicheranno molto più analiticamente e meno passionalmente di me…



JC: Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


GA: Con mio fratello Michele, lui che suonava la chitarra e io che volevo suonare la chitarra e lui che mi ha imposto di suonare la batteria (scatoloni vari con le rotaie del trenino a fare da bacchette) e abbiamo messo su la prima “cover” e cioè Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli. Avevamo io 7 e lui 9 anni. Due anni prima mio padre mi portò a vedere Renato Carosone e io mi piazzai davanti alla batteria di Gegé di Giacomo, per poi, tornato a casa, andare in cucina a sbattere su tutte le padelle con le chicchiarelle. Insomma la solita storia del bebè batterista…



JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?


GA: Sicuramente la possibilità che la batteria ha nell’esprimersi al massimo delle sue potenzialità ritmico-timbriche. Ma – attenzione – anche il rock ce le ha queste potenzialità, ma il rock, anche se ha molto in comune con il jazz ha la sua “conditio sine qua non” che è il volume. A me non piace suonare forte e quindi non potrei mai suonare rock, anche se da piccolo avevo iniziato con quello.



JC: Ha ancora un significato oggi la parola jazz?


GA: Secondo me ha ancora un significato, ma questo significato è molto più usato e utile per le Istituzioni tipo i Conservatori che lo devono contraddistinguere dalla musica classica o elettronica. Il significato intrinseco della parola si è molto affievolito perché quasi nessuno , fatta eccezione per i grandi musicisti anche di una certa età, suona più i classici con la classica forma improvvisativa e il classico fraseggio. Ma se ci accostiamo alla musica di oggi, allora il termine è senz’altro world music, per contraddistinguerla dalla pop music.



JC: Ma cos’è per te il jazz?


GA: Il jazz – appunto – tanto per essere precisi (così vedi se sono preparato…) è una forma musicale nata tra la commistione di tre culture diverse che si sono incontrate a New Orleans alla fine del XIX secolo e cioè la Cultura Europea, quella Afroamericana e quella Caraibica. Esso è basato essenzialmente sull’improvvisazione, sul ritmo e sulle tre forme caratteristiche: il blues, l’anatole (I’ve Got Rhythm dal nome della canzone di George Gershwin), e lo standard (nato dalle Songbooks di Broadway). Questo è il “Jazz”, ma tutte queste cose stanno per diventare come la musica classica e cioè delle riproduzioni più o meno fatte bene di grandi interpreti del passato. Tutto quello che c’è adesso lo si può considerare “World Music”, includendo sia il Jazz sia tutte le altre culture musicali che interagiscono tra loro.



JC: Quali i sentimenti che associ alla musica jazz?


GA: Per quello che riguarda i sentimenti, il jazz è nato da persone abbastanza sconclusionate, intendo dire, con una vita “non formale”, anche perché il periodo era molto diverso da quello che viviamo oggi. Purtroppo alcuni tra i più grandi – non tutti per fortuna – erano proprio dei disperati e conducevano una vita assolutamente “borderline”. In questo senso io non potrei mai essere – e magari non lo sono – un buon jazzista. Io sono un tipo tranquillo a cui piace anche fare l’orticello. Ma anche altri musicisti jazz per fortuna erano così, un po’ come me.



JC: Oggi il jazz difetta di sentimenti?


GA: Ora non mi sembra che il mondo in cui viviamo sia molto romantico, è difficile improvvisare poesia come faceva Chet Baker, (anche se poi, alle volte, era poesia disperata), nel mondo di oggi, con tremila tecnologie che ti levano il respiro, e senza respirare non può esserci jazz. Quindi oggi – ed è un fatto accertato – per suonare jazz (sempre inteso come forma sua tipica), si può solo imitare i grandi del passato. E infatti è così quasi per tutti i musicisti e non solo nel jazz.



JC: Come pensi che si evolverà il jazz del presente e il jazz del futuro?


GA: Se continua così, rischia di perdersi nell’imitazione delle imitazioni. La sola cosa che fa della parola “Jazz” ancora una cosa viva è che i ragazzi che studiano in Conservatorio, debbano per forza studiarne il linguaggio giusto, le regole ferree… e quindi questo tiene vivo il jazz almeno formalmente. Ma lo spirito del jazz, purtroppo – secondo me – è morto già da tempo. Forse è rinato in qualche altro tipo di musica che ancora devo capire quale sia.



JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?


GA: Certo! È il primo disco che ho fatto a nome mio, Isoritmo nel 1994, all’età di 41 anni, con quasi tutti brani miei e che hanno definito – giustissimamente – un disco di world music!



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nello strumento, nella musica, nella cultura, nella vita?


GA: Max Roach, Elvin Jones e Ringo Starr per la batteria. Nella musica ne ho avuti talmente tanti ufficiali che non sto qui a citarli tutti (mi sono preso tre Diplomi in Conservatorio) ma sicuramente Gerardo Iacoucci, con il quale mi onoro di collaborare nel mio gruppo Isoritmo, è stato quello che mi ha dato più solidità cultural-musicale. Nella vita – dato che ci ho lavorato vent’anni – direi sicuramente Nicola Arigliano.



JC: Qual è per te il momento più bello della tua carriera di musicista?


GA: Spero che debba ancora venire ma ti assicuro che, se uno li sa cogliere e sopratutto se si accontenta, ce ne sono stati moltissimi.



JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?


GA: Quelli del mio gruppo Isoritmo, Gerardo Iacoucci, Filiberto Palermini, Elio Tatti, Rodolfo Rossi. Quelli – ovviamente – di Spirale e poi altri musicisti dai quali vengo coinvolto spessissimo come sideman da Mike Melillo a Mauro Zazzarini, a tantissimi altri con i quali ho una collaborazione più che ventennale.



JC: Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?


GA: Stiamo progettando – con mia moglie Marie Reine Levrat, pittrice – il nostro terzo lavoro multimediale di musica mia e immagini sue (i primi due sono Couleur Musique dedicato alla pittura e Let it Be.. atles dedicato appunto ai Beatles). In questo nuovo progetto vogliamo dedicare delle musiche e delle immagini di quadri e disegni a delle grandi figure femminili del Novecento, dai grandi Premi Nobel alle grandi cantanti jazz, fino anche a personaggi femminili non famosi che hanno però segnato la storia di un certo periodo. Come negli altri due progetti, a ogni figura dedichiamo un brano musicale ed un progetto visivo che ci sembrano in sintonia con il personaggio. L’anteprima avverrà all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 31 Marzo per la presentazione.