Slideshow. Dino Betti van der Noot

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Slideshow. Dino Betti van der Noot.


Jazz Convention: Dino, a bruciapelo parlaci ancora del tuo recente lavoro discografico, September’s New Moon, che ha riscosso unanimi consensi.


Dino Betti van der Noot: Come sempre, in questi casi, ci si ritrova svuotati di energie e di idee, perché si è profusa una grande quantità di tensione e di emozioni nello scrivere e nel condurre l’esecuzione. È quindi abbastanza difficile vedere quello che si è fatto in una prospettiva un minimo oggettiva. Posso dire che sono abbastanza soddisfatto, particolarmente per come ho trattato il problema blues e per il brano finale, che è un po’ un panorama dei miei amori jazzistici.



JC: Ma c’è un punto centrale nell’idea di September’s New Moon?


DBvdN: Il punto centrale, comunque, mi sembra l’essere riuscito a raggiungere un equilibrio interessante fra le parti scritte e quelle improvvisate, facendone un tutto unico che esprime sia il mio pensiero compositivo sia la creatività dei musicisti coinvolti, i quali hanno voluto e saputo aderire completamente al progetto. Poi, mi sembra che tutto questo riesca a trasmettere una discreta dose di poesia: una cosa che, d’altra parte, dovrebbe essere il primo obiettivo di chi fa musica.



JC: Cambiamo discorso: ci racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


DBvdN: Mia madre che suonava il pianoforte completamente assorta nella musica, e io che piangevo seduto sotto la coda del pianoforte – probabilmente preda di un mix dato da un senso di abbandono da parte sua e dall’emozione della musica.



JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?


DBvdN: Tanto per cominciare, la mia natura di bastian contrario, la stessa che mi ha fatto scegliere il violino quando i miei desideravano che scegliessi il pianoforte. La cultura musicale, a casa mia, era concentrata sulla musica classica; mia madre era pianista e un mio cugino insegnava pianoforte principale al Conservatorio: ovviamente io mi sono subito appassionato al jazz, come ascoltatore tanto per cominciare, e ho inventato un corso di lezioni sulla storia del jazz in Bocconi.



JC: In questo mi hai preceduto: non ti chiedo l’anno, io l’ho fatto nel 2004. Intanto cominciavi a suonare o comporre?


DBvdN: Ho iniziato presto anche a scrivere qualcosa, che è stato suonato da un gruppo formato per l’occasione: Fausto Papetti al clarinetto e ai sax contralto e baritono, Alberto Pizzigoni alla chitarra, Alceo Guatelli al contrabbasso e Leonello Bionda alla batteria. Ho continuato scrivendo musiche per la pubblicità e per documentari, sempre con un approccio decisamente jazzistico, e tentato di comporre qualcosa per la Pysistratus Big Band di Mario Savanco: tuttavia in questo caso, visto che mi sentivo libero di andare per la mia strada, senza condizionamenti commerciali, ho osato un po’ troppo, uscendo da strade ben battute, e quello che ho proposto non ha incontrato il gradimento dell’orchestra. Ma sto divagando.



JC: No, no, no, è tutto è tutto molto interessante, perché si comprende molto della tua idea di jazz…


DBvdN: Man mano che passava il tempo mi sono reso conto del fatto che il jazz era una musica perfettamente adatta alla nostra epoca e che aveva in sé delle straordinarie riserve espressive; l’irripetibilità di ogni esecuzione si sposava perfettamente con la rivoluzione portata nella fisica dalla teoria dell’indeterminatezza. In più, il mestiere che mi ero scelto, quello del pubblicitario, mi portava a comunicare in maniera semplice, immediata, ma i miei principi etici e la mia formazione culturale mi spingevano a inserire nella mia comunicazione un pizzico di poesia o di civiltà. E il linguaggio jazzistico si prestava perfettamente, a mio avviso, a portare questo approccio a livello artistico, non strettamente commerciale o di consumo.



JC: Quindi, Dino, ha ancora un significato oggi la parola jazz?


DBvdN: Certamente, se parliamo di un atteggiamento compositivo ed esecutivo; di una sintassi totalmente differente da quella della musica accademica, anche se in molti casi il jazz possa sembrare non così distante da essa. Ovviamente la stessa parola può definire stili e approcci estremamente diversificati fra loro, dal revival alla sperimentazione, ma credo che il nocciolo della questione stia nel modo in cui i musicisti si calano nella musica.



JC: Ma cos’è per te il jazz?


DBvdN: È una musica in continuo divenire, dove non dare mai niente per scontato; dove ritrovi tutto quello che è stato fatto in precedenza – senza remore stilistiche, storiche o geografiche – e lo riscopri sotto vesti inedite. Personalmente amo molte cose completamente diverse fra loro, che hanno fatto la storia del jazz, ma non desidero riprodurle: sono già così perfette che riproporle non farebbe altro che standardizzarle e sminuirle.



JC: Dunque ti rivolgi ad altro?


DBvdN: Ho cercato – o forse ho trovato istintivamente prima ancora di cercarla – una mia via, credo abbastanza personale, che ha fatto di me una sorta di maverick: una condizione abbastanza scomoda, perché il pubblico ragiona in termini di categorie e non sa bene dove potermi collocare. Fortunatamente, tu e i tuoi colleghi critici mi tenete abbastanza sotto tiro e mi sembra che apprezziate quello che faccio; a volte mi chiedo se non sia proprio dovuto alla atipicità della mia figura.



JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica jazz?


DBvdN: Ci puoi trovare di tutto: è un mondo completo in se stesso; il gusto di fare musica insieme e la ricerca di un linguaggio nuovo e personale, un gioco liberatorio e un momento sentimentale, asprezza, violenza e relax. Per non parlare della fusione in un unico crogiuolo di molteplici – e spesso divergenti – culture. Per quello che mi riguarda, cerco un po’ di poesia e anche un progetto etico.



JC: Come pensi che si evolverà il jazz del presente e il jazz del futuro?


DBvdN: Sinceramente, non lo so. Credo stia attraversando un periodo di stasi dal punto di vista evolutivo, ma si è già visto tante volte in passato che gli sviluppi, le cose nuove, arrivano con dei balzi improvvisi. Si sono, in un certo senso, mummificati degli approcci stilistici, che tuttavia sono anche quelli che attirano un pubblico più ampio; il jazz, è stato detto, è una musica di una minoranza destinata a una minoranza, ed è quindi abbastanza logico che si vada verso approcci che garantiscano una discreta audience. C’è però un fermento di idee nuove, che spero possano portare a un nuovo balzo.



JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?


DBvdN: L’ultimo nato è sempre quello che ci rappresenta più compiutamente, o meglio, che rappresenta in maniera più evidente le emozioni e le aspirazioni del momento. Forse ci sono dei brani singoli cui rimango più legato anche col tempo che passa. Non so… Blue Gal of My Life, Space Blossoms, Midwinter Sunshine, God Save the Earth, Lullaby for a Lion… citati alla rinfusa…



JC: E tra i dischi che hai ascoltato quali porteresti sull’isola deserta?


DBvdN: Dato che ci sarebbe un po’ di tempo a disposizione, qualcosa di abbastanza corposo ma anche capace di tener alto lo spirito: Falstaff di Verdi, Don Giovanni (o Le nozze di Figaro) di Mozart, tutti diretti da Giulini, Der Rosenkavalier di Strauss diretto da Carlos Kleiber, i Notturni di Chopin suonati da Rubinstein, i Préludes di Debussy suonati da Benedetti Michelangeli; la Pastorale di Beethoven diretta da Giulini, una collezione di Ellington inizio anni Quaranta; Jimmy Giuffre Three con Hall e Clarke; Sait-on jamais del Modern Jazz Quartet; una collezione dell’orchestra di Woody Herman che comprenda la Summer Sequence; Lenny Tristano con Lee Konitz su Capitol… ma sono già undici, e non bastano. Sono i primi che mi siano venuti in mente, e non sono in ordine, mi spiace.



JC: E non saranno nemmeno gli unici…


DBvdN: Poi ci sono anche composizioni del tipo che, dopo averle ascoltate, non ti riesce di ascoltare nient’altro per tutta la sera, come il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, o il Prélude, choral et fugue di Franck (il cui tema principale è ripreso da John Lewis in Milano), o le Goldberg-Variationen di Bach. Il fatto è che quando si tratta di capolavori non puoi stabilire una graduatoria; e dieci sono troppo pochi.



JC: Hai sempre diretto e composto? mai suonato uno strumento? se sì, quale?


DBvdN: Ho studiato il violino, uno strumento per il quale sono totalmente negato. Poi ho suonato, sempre in maniera approssimativa, diversi altri strumenti: chitarra, contrabbasso, tromba, flauto, sax tenore; credo che mi interessasse soprattutto capire che cosa se ne potesse ricavare. Non sarei mai un improvvisatore decente, su nessuno strumento: non ho la velocità intuitiva (oltre alla tecnica, ovviamente) che è necessaria. Ho bisogno di pensare in termini di suoni composti, con colori che cambiano continuamente, e sono attento pignolescamente alla ricerca melodica e a una possibile inconsueta divisione ritmica. Utilizzo il pianoforte per provare quello che scrivo, ma immaginando già i valori cromatici che mi permetterà l’organico che ho scelto.



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?


DBvdN: Bruno Munari mi ha insegnato un atteggiamento nei confronti delle cose, fatto di curiosità, di imprevedibilità, di allergia a quanto è stato codificato. Di mio ci ho aggiunto un costante timore di ripetere quello che è già stato fatto prima da altri, ma anche di rifare quello che ho già fatto io stesso. Ma il terreno era già abbondantemente preparato dalla cultura e dalla curiosità che ho sempre respirato nella mia famiglia. Mi accorgo di non poter citare un vero maestro in campo musicale; forse dovrei invece ricordare quanto ho imparato da tutti i musicisti che hanno suonato con me, fossero dilettanti o importanti professionisti. Dici che dovrei definirmi un autodidatta?



JC: Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di musicista?


DBvdN: Più di uno: ogni volta che riesco a eseguire la mia musica in pubblico. Ricordo che qualche anno fa, dopo un concerto a Reggio Calabria, Elio Marchesini ha detto ad altri musicisti che la cosa più bella era percepire la mia felicità nell’interagire con l’orchestra e nell’ascoltare la musica che avevo composto espandersi verso il pubblico.



JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?


DBvdN: Ti posso elencare tutti quelli che sono stati protagonisti dei miei ultimi album, ai quali aggiungerei anche qualche musicista che ha partecipato agli album degli anni Ottanta. Ci sono voci che considero insostituibili, sia in assoluto sia per la loro adesione alla mia idea musicale. Devo elencarteli?



JC: Perché no?


DBvdN: In rigoroso ordina alfabetico tra gli italiani Alberti, Bertoli, Calabrese, Cerino, Corda, Lo Bello, Mandarini, Parrini, Schiaffini, Tacchini, Tononi, Ventimiglia, Visibelli, Zitello… Tra gli americani Bley, Egan, Evans, Forman, Gottlieb, Hamilton, Swallow…



JC: Dino, per chiudere in bellezza, cosa stai progettando a livello musicale per il futuro?


DBvdN: Passata la sbornia da album completato – una sbornia che ti fa pensare di avere detto tutto quello che potevi dire e di non essere in grado di dire altro – ho ricominciato a scrivere; faticosamente all’inizio, ma man mano le cose si chiariscono quasi da sole. Fondamentale, sottolineo di nuovo, è non ripetere quello che ho già fatto, evitare le variazioni sullo stesso tema, ma senza rinunciare al mio linguaggio personale; cercando anzi di affinarlo se possibile e di andare un po’ oltre. Di mettere a disposizione dei musicisti che suoneranno queste partiture un percorso che consenta loro di raccontare delle storie – non semplicemente di improvvisare su uno schema armonico. E di riuscire a offrire qualche momento di poesia a chi ascolterà questa musica.