Jonathan Kreisberg – Shadowless

Jonathan Kreisberg - Shadowless

New for Now Music -NFN 0002 – 2011




Jonathan Kreisberg: chitarra

Will Vinson: sassofono

Henry Hey: pianoforte

Matt Penman: basso

Max Ferber: batteria






A chi non si trovasse, sulle prime, nelle corde – stilistiche e di feeling – di quest’album raccomanderemmo di vincere le epidermiche impressioni e proseguire con fiducia: a parte l’insolito dato curricolare (almeno per un jazz man) di aver suonato materiali classico-contemporanei per chitarra in ambito sinfonico-orchestrale (direttore nientemeno che il grandissimo Tilson-Thomas), il solista qui in luce sembra accreditato da consistente tempra e solida formazione, nonché da una vitale motivazione che troverà – come sembra – anche nella verde collocazione anagrafica una piattaforma di ulteriore decollo. Se se ne fa notare il suo viaggiare appena “in coda” rispetto ai Rosenwinkel, Muthspiel etc, oltre a distaccarsi di almeno una generazione dai Frisell o Metheny o Stern, tutti questi modelli non è che possano considerarsi inosservati o indigeriti, ma si farebbe torto a tacciare il Kreisberg di “clone”, men che meno di emulo inerte di così tanto titolati analoghi.


Slancio netto ed energie pulite tratteggiano dall’attacco i canoni prescelti dal solista-compositore: certamente energizzante la cosmetica fusion in Twenty One, che una sufficiente quota d’attenzione eviterà di liquidare come una facile rendita del più ortodosso (benché flagrante) stile Eighties.


Tensioni ulteriori, ma smagrite ed ancor più dinamizzate, nell’asciutto episodio Stir the Stars, che rinnova ed avvalora il pertinente e filante bilanciamento con la voce sassofonistica sottile e cotonata di Will Vinson; laddove l’eponima Shadowless rassicura sull’opportuna elusione di gratuita effettistica, incorniciando un pastoso e nitido solo delle sei corde elettrificate, la naïveté tematica e le misteriche allusioni arabeggianti di Zembékiko (resa ancor più “diversamente esotica” da protratte e non ingrate code “santaniane”) prendono corpo grazie alla ritmica studiata, passando alla condivisone solistica lungamente tenuta e appassionante del piano di Henry Hey, e svelando inoltre il gusto del colpo di scena e del salto ritmico-melodico di Kreisberg.


Scioglimento delle tensioni e distillazioni lunari in Long, like a Mercury Day così come in Defying Gravity conferiscono ulteriore confidenza con l’agio espositivo e fraseologico della chitarra, che abilmente si erge sulle più nervose increspature di The common climb, completando nella gershwiniana Nice work if you can get it un concentrato congedo.


Tenendo nelle vele la sostenuta brezza della fusion d’asciutta eleganza, l’album prende il largo e mantiene la rotta, a velocità non sempre e soltanto di crociera, evitando le monotonie di paesaggio e azzardando diversioni di controllato rischio, fidando nella guida non di un effimero virgulto dunque, ma un credibile protagonista delle sei corde, d’approccio sobriamente stimolante che pur vanta nella manica e nelle posture aplomb, senso dell’equilibrio e globale visione di gioco.