Christian Ravaglioli – Una frase un rigo appena

Christian Ravaglioli - Una frase un rigo appena

Pus(H)in Records – PH1003.2 – 2010




Christian Ravaglioli: oboe, corno inglese, duduk, pianoforte, piano Rhodes, sintetizzatore, cuica, electronics
Achille Succi: clarinetto basso

Marco La Manna: fagotto

Vincenzo Vasi: theremin

Antonio Gramentieri: chitarra

Massimo Selvi: contrabbasso

Barbara Savioli: violino, viola

Elisa Segurini: violoncello

Diego Sapignoli: batteria preparata, glockenspiel, vibrafono, percussioni metalliche

Ciro Montanari: tablas, percussion

John De Leo: voce

Rosita Frisani: voce





Qualsiasi tentativo di restituire in questa recensione la prepotente forza espressiva del disco e la propria ostinata fuga dal regno del già detto, risulterebbe vano. Album complesso e coltissimo che seduce nella maniera più antica e nobile del tempo, come una implacabile sirena omerica.


Decomposizione dei generi musicali, schizofrenica carrellata di imparagonabili quadri sonori, modernissima ricerca timbrica tra l’acustico e la manipolazione elettronica. Ma andiamo con ordine. Christian Ravaglioli è musicista dallo spesso derma, sviluppato in anni di lavoro sul piano e l’oboe per i quali completa gli studi classici. Non solo. Ravaglioli va a scuola da Morricone, lavora con stabili e prestigiose produzioni teatrali e infine proviene dalle magnifiche terre di Romagna, luoghi della fantasia che hanno espresso il proprio carattere spregiudicato e graffiante in molte avventure musicali fuori dal main-stream.


Tutto questo contribuisce alla realizzazione di un’opera al confine tra le pratiche improvvisative del jazz e una forma di scrittura musicale eterodossa. E piena di sconfinato amore per la musica con la super M maiuscola.


L’apertura è una mistica ouverture di torsioni melodiche e sinistri glockespeil. Segue Escodaunmito e un brivido ci gela: la mano di Cage, gli innesti elettronici e il piano preparato ci invitano ad un passo alla volta, ad un ascolto prudente. Poi è la mano esperta di Achille Succi al clarinetto basso a prenderci per mano durante la title-track: un arabesco novecentesco dove le divagazioni dei fiati sono meteoriti in caduta libera sulla granitica tela tessuta dal trio d’archi. Ritroveremo ancora questa precisa identità eurocolta nella perfetta coppia Cammino, possibile apocrifo del più stravagante Satie, e L’énigme éternelle, lied di Ravel per oboe e voce basato su un testo tradizionale ebraico.


Disco bellissimo e suonato da un ampio organico di prestigiosi musicisti tra i quali menzioniamo John De Leo e Antonio Gramentieri, autore dell’altra unica composizione non a firma dello stesso Ravaglioli.


Proteiforme, decadente, inclassificabile.