Eddie Rosner, il jazzista del gulag

Foto: Copertina Libro Natalia Sazonova








Chissà se, il primo settembre 1939, quando la Germania invade la Polonia e scatena la Seconda Guerra Mondiale, Eddie Rosner avesse optato per gli Stati Uniti invece dell’Unione Sovietica come nuova patria adottiva, la storia della musica sarebbe potuta cambiare, prendendo una piega diversa da quella attuale, sia per l’intera umanità sia per lo stesso protagonista. Non lo si saprà mai, anche perché i fatti non si possono mutare e purtroppo le scelte di Eddie Rosnes risultano tali che, sua malgrado, verrà forse ricordato, a memoria futura, come la vittima più assurda dei peggiori totalitarismi del XX secolo – Hitler e Stalin – vissuti entrambi sulla propria pelle in maniera tragica e paradossale. Forse il musicista, l’improvvisatore, lo swinger che già sul finire degli anni Venti, nella Repubblica di Weimar, viene felicissimamente additato come il “Louis Armstrong bianco”, la Tromba d’Oro, magari negli States avrebbe superato lo stesso Satchmo o forse non ce l’avrebbe fatta e sarebbe finito nel dimenticatoio, seguendo lo stesso reale destino di tanti suoi colleghi esuli: uno su tutti valga il caso dei Comedian Harmonists, un sestetto, un gruppo vocale simil-jazz che spopola nell’Europa tra il 1926 e il 1933, ma che, in quanto formato per la metà da ebrei tedeschi, deve emigrare proprio in America, dove una spietata concorrenza a livello di uno show business, completamente diverso rispetto allo scenario del Vecchio Continente, li rilegherà in ruoli di serie B.


Non così accade per Eddie Rosner che l’URSS comunista accoglie a braccia aperte: dopo i trionfi prima tedeschi e poi polacchi, al trombettista ebreo tedesco si prospettano altri grandissimi successi in Bielorussia, dove è già noto al pubblico di massa e dove la sua big band serve a far conoscere il jazz dal vivo e soprattutto a rallegrare gli spiriti, a ricaricarli in vista di una lunga ininterrotta battaglia contro l’invasore nazista. Incoronato ‘re del jazz’ dalla nazione di Stalin, Eddie Rosner con l’orchestra, negli anni del conflitto, tra pericoli e sacrifici, però assai ben ripagati in termini economici, gira in lungo e in largo il territorio sovietico, diventando una macchina da spettacolo e al contempo uno strumento di propaganda, che ben si confanno allo spirito dell’epoca. E così è anche alla fine della guerra, quando la libertà di fare, di vivere, di agire, di esprimersi, una volta sconfitti la croce uncinata e il fascio littorio, sembrano a portata di mano anche sotto la bandiera rossa con falce e martello. Ma l’illusione dura poco: Stalin e i suoi collaboratori instaurano un clima di terrore e di sospetto che mira a perseguire chiunque, costringendo migliaia di persone ad autoaccusarsi attraverso confessioni fasulle, che conducono al patibolo o ai gulag.


E al campo di rieducazione in Siberia non sfugge nemmeno Eddie Rosnes (come pure diversi suoi orchestrali di origine polacca) tacciato di spionaggio e di comportamento antipatriottico per suonare una musica – il jazz – che, con le ferree regole estetiche del realismo socialista inventato da Zdanov per compiacere Stalin, è una forma d’arte borghese, decadente, lasciva e capitalista. Ma la fama di Eddie Rosner è tale che persino nel gulag si pretende da lui buona musica e un’orchestra coi fiocchi: pur tra mille difficoltà riesce a mettere in piedi una big band con la quale gira i campi di lavoro (o meglio di prigionia) di una zona fredda e remota della Siberia orientale. Questa sorta di buona condotta gli consente una riduzione della pena e di tornare a Mosca, dopo circa dieci anni, dove viene via via ribilitato come artista, quando con Kruscev al potere, vengono denunciati i crimini di Stalin: è il cosiddetto disgelo che, per Eddie Rosner significa poter suonare il jazz e chiamarlo come tale, potersi aprire alle novità occidentali: e si vanta in tal senso di essere il primo in URSS a fare rock and roll. La fama, mai sopita, aumenta al punto che radio e televisione sovietiche non possono fare a meno di lui nei programmi musicali.


E’ insomma la Russia tra le fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando per la prima volta arrivano a suonare i jazzisti dall’America: e gli incontri in camerino con Benny Goodman e con Duke Ellington, che si ricordano perfettamente del Louis Armstrong bianco e della tromba d’Oro, restano memorabili, benché controllatissimi dal potere: al concerto di Goodman Eddie Rosner non viene ufficialmente invitato e deve comparsi il costososissimo biglietto, all’incontro con Ellington i poliziotti gli sequestrano dati e indirizzi per una futura collaborazione tra lui e il Duca negli States. Anche Kruscev viene estrosmesso e il sopravvento di Breznev fa ricadere l’Unione Sovietica in una cupa autarchia dove a farne le spese è ancora Eddie Rosner con il jazz (come il rock) di fatto vietato ufficialmente in pubblico, in quanto simbolo di decadenza, perversione, immortalità, eccetera, eccetera. Il jazz torna a essere clandestino, ma ormai Eddie Rosner vuole tornare a vivere nella sua Berlino. Purtroppo gli ultimi anni di esistenza saranno diversi dalle aspettative. Privato del gruzzolo raccolto durante gli anni sovietici, viene pure depauperato del curriculum artistico e dei documenti necessari per fornirgli una minima pensione nella Repubblica Federale Tedesca; persino i tentativi di ottenere un risarcimento quale perseguitato dalle leggi razziali falliscono; non c’è nemmeno chi pensa a lui per un onesto revival o per una rivalutazione critica, essendo il jazz, nella Germania degli anni Settanta, impegolato nell’avanguardia oltranzista in lotta contro ogni linguaggio precedente il free.


Ed Eddie Rosner muore in solitudine, completamente dimenticato fino a quando il francese presenta il film Le jazzman du goulag (1999), un docu-drama di un’ora, partecipato e commovente: una voce fuori campo in chiave autobiografica (visualizzata altresì dalla mano che appunta i ricordi) offre immagini documentarie (rare e curiose quelle del jazz sovietico) e interviste ai sopravvissuti (colleghi, funzionari, moglie e figlia); è quasi un’opera speculare a quella dell’inglese John Jeremie, Swing Under The Swastika (1988), che racconta dei jazzmen nella Germania di Hitler e in genere sotto l’occupazione nazista. Ora tocca, a onorarne la memoria, al libro Il jazzista del gulag (2008) di Natalia Sazonova, edito da L’Ancora del Mediterraneo, il cui sottotitolo La straordinaria vita di Eddie Rosner tra Hitler e Stalin è già di per sé eloquente; costruito a mosaico, con i dodici capitoli chiamati con gli appellativi che di volta il volta il protagonista si dà per avere successo o sfuggire alla persecuzione o esaltare una fiera identità (Adolf, Jack, Ady, Eddie Ignatevic, Edy Rozner, Zek, Mr. Smiling, Pinhas Ben Hzak), il libro mette soprattutto in luce il lato ottimista e resistente del personaggio, informando però come purtroppo della sua musica non resti quasi nulla: le molteplici registrazioni radiotelevisive in Urss vengono tutte cancellate per farne svanire il ricordo secondo i metodi staliniani, mentre le lastre per le radiografie usate clandestinamente al posto del nastro o del vinile sono ancor oggi un mistero insoluto, anche perché manca ancora una ricerca sistematica sull’opera, la musica l’arte di Eddie Rosner; ma nel frattempo, a mo’ di conclusione, vengono in mente le parole del romanziere boemo Josef Skvorecky nel capolavoro Il sax basso (1967): “Il jazz è sempre stato un bastone nel deretano di tutte quelle sanguisughe che, da Hitler a Breznev, si sono alternate al potere nella mia terra natia”.