Marco Castelli Quartet – Patois

Marco Castelli Quartet - Patois

Blue Serge – BLS-012 – 2007




Marco Castelli: sax soprano e tenore

Ermanno Signorelli: chitarra classica

Lello Pareti: contrabbasso

Mauro Beggio: batteria






Patois è un disco a tema? Con questa domanda riposta in un angolo della mente, il quartetto intraprende un percorso intrigante tra influenze e ispirazioni: il tutto viene condito da sonorità gentili, grazie al supporto armonico della chitarra classica e a una ritmica dai toni vellutati e mai aggressivi.


Il percorso del quartetto interseca le composizione originali di Castelli, Signorelli e Pareti con brani ripresi da autori quanto mai diversi tra loro come Dollar Brand, Luigi Tenco e Dulce Pontes, come Goran Bregovic e Jacques Brel. A questa scelta variegata si aggiunge l’interpretazione del quartetto: prevale in Patois la dimensione melodica, animata dal contributo dei quattro musicisti, e tutto il disco viene sostenuto da una visione musicale non necessariamente concentrata sugli stilemi di provenienza statunitense.


La scrittura, l’approccio ritmico e le sonorità gentili portano, spesso, a una deriva classica e ad atmosfere sospese e eteree: entrano nei meccanismi del quartetto i sapori del Mediterraneo e si rivela, in molti passaggi, un atteggiamento riflessivo dall’accento romantico. Certamente, nel disco non mancano le improvvisazioni e richiami alle diverse stagioni del jazz e le esperienze dei quattro protagonisti sono conosciute a tutti: la cifra di Patois, però, mette in evidenza un discorso incentrato sulla contaminazione e sulle possibilità di rinnovare e stimolare le fondamenta del proprio edificio musicale.


E questo ci riporta alla domanda di partenza. Patois significa dialetto, lingua impura: viene abbastanza immediato interpretare il jazz come linguaggio da costruire attraverso l’incontro, continuo e costante, di ispirazioni e di modi di concepire e suonare la musica. La storia del jazz è percorsa, in tutto il suo sviluppo, da questa disposizione. Patois diventa così una riflessione sullo spirito jazzistico e sulle sue possibili declinazioni: come è ovvio, il quartetto guidato Marco Castelli cerca di mediare tra le varie influenze accolte e i brani si muovono in un ambiente variamente speziato. Si potrebbe pensare ad una stanza percorsa da raggi luminosi diversi per colore e intensità: i corpi che la attraversano cambiano aspetto incontrando i fasci di luce, rivelando, di volta in volta, nuovi caratteri. Le atmosfere di Patois sono perciò volutamente varie e i quattro sono liberi di interpretare e di accostare in modo diverso le sonorità gentili al repertorio scelto.


Un incontro tra generi e sonorità particolari, guidato dall’attenzione alla melodia: la scelta di canzoni molto conosciute, Ho capito che ti amo e Ne me quitte pas, si accorsata alla scrittura lineare e romantica dei brani originali; la deriva ritmica gioca su percussioni leggere – sia in El primero canto che in African Marketplace – e si esprime sui colori delicati dei piatti; la presenza della chitarra classica permette di interpretare le sospensioni di Ausencia e l’atmosfera cameristica de La Cattedrale.


La possibilità dell’incontro e del conseguente e positivo melting pot come dialetto creativo hanno rappresentato un tema dibattuto per tutto il novecento: nelle dieci tracce di Patois, il quartetto di Marco Castelli prova a darne una dimostrazione pratica. Come già detto, la chiave di lettura maggiormente percorsa è nel riconoscimento del valore portante della melodia: una disposizione accettata e condivisa dai quattro, anche nella risoluzione di alcuni aspetti ritmici e armonici. E, con questa chiave, il discorso rimane sempre in grado di attraversare con coerenza i diversi territori musicali proposti dai brani.