Stockholm Jazz Fest

Foto: Joar Jacobsson – www.joarjox.org










Stockholm Jazz Fest

Stoccolma. 10/12.6.2010


La singolare posizione geografica di Stoccolma, posta su ben quattordici isole diverse collegate da numerosi ponti e strade, conferisce alla capitale svedese numerosi punti d’osservazione. Che si decida di guardarla seduti ad un caffé del quartiere storico di Gamla Stan, sporgendosi dall’alta torre dello Stadshuset, il municipio cittadino, o percorrendo lo Skeppsholmbron, ponte che unisce la città all’isola di Skeppsholmen, la capitale svedese offrirà sempre un aspetto di sé interessante e indispensabile per coglierne anima ed essenza. Osservando il vasto cartellone di eventi proposto dall’ultima edizione dello Stockholm Jazz Fest, in cui tutte le forme del jazz, da quelle più tradizionali, passando per quelle più moderne fino ad arrivare a quelle più avanguardistiche, hanno convissuto, si potrebbe avere la stessa sensazione di guardare da un’ideale osservatorio su quella grande metropoli musicale che è il jazz da cui, e in cui, infinite diramazioni partono, convergono e si intrecciano. Giunto alla sua 34ma edizione, lo Stockholm Jazz Fest è stato anticipato al mese di giugno , diversamente dalla sua abituale collocazione in luglio, per andare ad arricchire il già folto programma di eventi organizzati dalla città atti a celebrare le imminenti nozze dell’erede al trono della casa reale svedese.


Tenutosi, come ogni anno sull’isola di Skeppsholmen, importante centro di attività culturali della capitale, il festival ha preso vita all’interno di un’ampia area attrezzata, muovendosi su tre palchi: il Kranen e il Varvet, i due maggiori, e il Backen, più piccolo e destinato ai progetti più trasversali, che si sono alternati nell’ospitare gli artisti invitati.


La cantante americana Gretchen Parlato è stata tra i primi ad esibirsi su uno dei palchi principali. Dotata di una personalissima vocalità nonché di una naturale eleganza esecutiva, la vocalist statunitense di origini italiane ha presentato brani dal suo ultimo lavoro intitolato In a Dream. Ed è proprio a questa dimensione estatica e sognante che l’artista sembra attingere per investire i suoi brani di un’aura leggera e sensuale. La sua voce sussurrata e in punta di piedi che raramente si impenna verso bruschi cambi di registro, si modella attorno a brani dal solido impianto ritmico tipicamente newyorkese, che lei sorvola con leggerezza rompendone le complesse regole interne e conferendole una identità più eterea. C’è spazio anche per un paio di tributi: Doralice, brano che presenta da tempo dal vivo nei suoi concerti accompagnandosi con il solo battito delle mani e delle percussioni, dedicata a Joao Gilberto e I Can’t Help It, vecchio brano di Michael Jackson dal sapore R’n’B.


A conferma ancora una volta di quanto il suo sia uno dei piano trio migliori in circolazione, il pianista Bobo Stenson, leggenda e icona del jazz europeo, accompagnato dai suoi più recenti partner musicali: Anders Jormin e Jon Fält, ha presentato uno dei concerti più interessanti del festival per qualità, concentrazione ed interplay, dando vita ad una creatura musicale quasi perfetta e dalle molteplici sfaccettature. Tra i pionieri di quella idea di jazz europeo che lentamente prendeva forma a cavallo tra i ’60 e i ’70 grazie al lavoro di etichette quali la ECM, il pianista svedese ha collaborato in passato con gente come Sonny Rollins, Jan Garbarek e George Russell, acquisendo uno stile personale e riconoscibile. Il lavoro del contrabbassista Anders Jormin e del batterista Jon Falt, contribuiscono notevolmente a delineare i tratti salienti della sua musica che attingeva principalmente alla tracklist della sua ultima incisione ECM; il primo con un accompagnamento mai prevedibile, pieno di inventiva e dotato di tecnica e intonazione impressionanti sia sul pizzicato che con l’archetto; il secondo attraverso un supporto ritmico fatto di rumorismi, utilizzo di insoliti ammenicoli sonori e abbandonando spesso le bacchette in favore delle sue mani nude, conferendo alla musica un colore tribale.


Ad interferire in parte con la placida natura dell’esibizione di Stenson, data la vicinanza dei palchi e la sovrapposizione temporale, un’altra artista che giocava in casa: la cantante Viktoria Tolstoy. Pronipote del celeberrimo scrittore russo, la cantante, interprete da diversi anni di un lezioso vocal jazz venato di pop, si è mossa con eleganza vichinga sul palco accompagnata dalla Håkan Bromstörs New Places Orchestra, ensemble composto da validi musicisti, dotati di impeccabile swing e di un rodato impasto sonoro che poco aveva da invidiare alle orchestre americane. L’orchestra ha accompagnato la cantante svedese in brani tratti dal folto repertorio di standards americani come Caravan o più recenti soul song come I Never Can Say Goodbye. Una musica da intrattenimento di pregevole fattura ma dal sapore di show televisivo.


Altra sorpresa della prima giornata del Festival è stata la sassofonista statunitense di origine giapponese, e dalla curiosa omonimia con la più famosa attrice americana, Grace Kelly. Appena diciottenne questo precoce talento ha allestito uno spettacolo in cui si è presentata alla testa di un quintetto nelle vesti di strumentista e cantante. Con cinque album già all’attivo e vincitrice di numerosi premi per giovani musicisti, la talentuosa sassofonista ha dato buona prova di sé proponendo brani dal suo ultimo lavoro Moon Changes: composizioni originali di stampo hard bop e mainstream spesso accompagnate dalle sue improvvisazioni scat. Una in particolare l’ha vista improvvisare a tempo di blues e con senso d’ironia, la divertente storia del suo viaggio aereo dall’America alla Svezia. Da segnalare la presenza al suo fianco del giovane ed interessante trombettista Jason Palmer.


Una musica onnivora e dalle mille derivazioni è stata invece quella proposta dal polistrumentista inglese Courtney Pine . Il musicista di origini giamaicane, che a metà degli anni 80 portò una significativa ed influente nuova direzione al jazz inglese, ha suonato una musica al cui interno si mescolavano elementi di klezmer, kalipso, reggae e free nel quale il suo solismo, spesso convulso e parossistico è apparso a volte senza una vera e propria lucidità creativa lasciando prevalere la sua carismatica capacità di intrattenitore. Tra brani originali e cover di Ellington e Bechet ha sorpreso una sua versione di Heal The World di Michael Jackson. Fondamentale per la buona riuscita della sua musica la presenza nella band dello straordinario e virtuoso violinista Omar Puente.


Uno degli artisti che ha ricevuto l’accoglienza di pubblico più calorosa da parte del pubblico svedese è stato il contrabbassista e compositore israeliano Avishai Cohen, portatore sano di una musica in cui si riconoscevano tratti di jazz, musica israeliana e folk e responsabile di un melting pot musicale mai manieristico, in cui tutti i tasselli si incastravano in maniera sapiente e rispettosa degli stilemi utilizzati. Anche la sua voce è protagonista, come nel suo ultimo disco Aurora, di brani cantati in diverse lingue come l’ebraico, in cui è cantata la maggior parte dei brani, l’inglese di Winter Song, suo brano originale, e lo spagnolo di Alfonsina y el Mar, classico argentino eseguito per sola voce e contrabbasso, protagonista di una delle più intense interpretazioni del festival.


La Funk Unit di Jan Lundgren, eclettico trombonista svedese attivo da anni e titolare di numerosi lavori pubblicati prevalentemente per l’etichetta ACT, è una delle band di funk jazz di punta e più conosciute nel suo paese e nel resto d’Europa. Accompagnata per l’occasione da un veterano del funk come il trombonista Fred Wesley, per anni al fianco di James Brown, la band ha suonato una musica vibrante e coinvolgente come solo il funk può essere e a cui il pubblico ha risposto con entusiasmo e partecipazione.


Anche John Scofield è stato tra gli ospiti del festival svedese alla guida della sua Piety Street Band, formazione con cui gira ormai da tempo per i palchi di tutto il mondo per presentare il suo personale tributo al blues e al gospel più autentico e terrigno. Esibizione come al solito impeccabile e coinvolgente in cui la chitarra del leader è stata protagonista quanto la ruvida voce del cantante e tastierista Jon Cleary.


Tra gli eventi di punta dell’intero Festival sicuramente, il concerto di quella che è una leggenda vivente del jazz mondiale: Wayne Shorter. Il mitico sassofonista, protagonista di importanti capitoli della storia del jazz come il quintetto classico di Miles Davis, l’incisione di Bitches Brew o la nascita dei Weather Report, è stato supportato da autentici pilastri della sezione ritmica come Danilo Perez al piano, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria. Il leader e i suoi hanno prodotto un vero e proprio flusso di coscienza ritmico-melodica che si è protratto ininterrottamente per l’intera durata del loro set, in cui la musica si è distesa, contratta, poi rarefatta e infine addensata a seconda degli umori del leader e dei capricci ritmici dei suoi partner musicali.


Sotto un cielo riluttante nel lasciar posto all’oscurità, al termine di ciascuna delle tre giornate del festival, si sono esibiti musicisti la cui musica poco o niente aveva a che fare con il jazz se non per la comune origine di natura afroamericana: il soul jazz anni 90 degli inglesi Brand New Heavies, la disco funk anni 70 dei Kool and the Gang e il moderno hip hop di Missy Elliott hanno privato delle ultime forze rimaste, per il loro alto coinvolgimento danzante, il pubblico rimasto a seguirli.


Per chi ancora non fosse stato ebbro di musica ed emozioni, la serata è continuata in quello che è il più famoso e trendy jazz club di Stoccolma, il Fasching, che proponeva in coda alle serate del festival concerti di artisti locali e jam sessions. Tre intense giornate di emozioni musicali, spesso incorniciate da un clima non sempre clemente, ma che la bellezza della musica ascoltata ha fatto facilmente perdonare.