Roccella Jazz Festival 2010 – Memorie Future

Foto: Ferdinando Caretto





Roccella Jazz Festival 2010 – Memorie Future

Calabria – 13/21.8.2010

A trent’anni dalla nascita di “Roccella Jazz” la memoria scava dentro ai ricordi più profondi e lontani. Tornano così alla mente quei pomeriggi roccellesi fatti di violenti meravigliosi incontri col jazz contemporaneo di allora (quando “si spaccava tutto” e non si aveva paura di osare). Adesso che Rumori Mediterranei è l’associazione costituitasi per la Fondazione del festival, restano ancora validi i territori di confronto anche se con meno temerarietà di quel tempo.


Così, a chiudere la manifestazione di Paolo Damiani (“Memorie Future” era il titolo della rassegna), ventotto anni dopo si ritrovano in scena Gianluigi Trovesi, più che mai ispirato e grande interprete, insieme a Manfred Schoof (tromba), Barre Philips (contrabbasso) ed il leader di questo Quartetto Trionfale, Gunther Baby Sommer, ribelle di pulsioni mai sopite, enorme drummer di spessore improvvisativo eccelso. I quattro hanno dato prova di verve ed eclettismo puro, nell’irrazionalità istintuale di continui assalti illogici. Creatori di una musica fresca, spontanea. Decisamente geniale.


Dalla sponda frontale, la Sicilia cugina di approdi, appariva sempre antica di sguardi, di dialetti intrecciati, talvolta incomprensibili, con voci di dolore corali. Era la voce pesante e monitoria di Franco Scaldati, narratore antico tra le immagini curate da Franco Maresco e le musiche di Salvatore Bonafede e Gabriele Mirabassi. Sogno, incubo e disperazione s’intrecciavano tra i racconti di immigrati e di povertà isolane. Lo stesso Maresco poche ore più tardi, in apertura del festival presentava in esclusiva nazionale il suo “Tony Scott: ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del Jazz”. Interviste di autorevoli critici, spezzoni rarissimi di immagini riguardanti Scott, interventi di critici, amici, mogli, amanti, figlie e colleghi, completavano il bellissimo documentario, con la voce fuori campo del regista palermitano, ironico e pungente come nel suo perfetto stile da “crooner dell’Istituto Luce”.


“La via dolorosa” dei fratelli Mancuso riecheggiava invece con spirito incantatorio tra le poltrone dell’Auditorium in un continuo scandagliare di canti solenni e di intensità grevi, altamente poetiche e dirompenti. Un omaggio alla Sicilia rurale che diveniva a poco a poco modernamente antimafia. Ribellione vera.


La trilogia siciliana si concludeva felicemente con la bella esibizione del pianista palermitano Salvatore Bonafede insieme a Eddie Gomez e Bill Hart. Un trio paritetico all’interno del quale si muovevano schemi conturbanti di jazz passionale e divertente; soprattutto grazie alle musiche di Bonafede, sempre variegate di avanzate intelaiature melodiche.


L’altro trio di incredibile levatura è stato quello di Steve Kuhn. Alta scuola, energia da vendere ed enorme liricità sul campo con ospite Ravi Coltrane nell’omaggio al padre John, scomparso nel luglio del 1967. Un vuoto colmato dal ricordo e dalla riproposizione di una playlist per lo più contenuta all’interno del bellissimo ECM “Mostly Coltrane”.


Un potente terzetto di Americani allo sbaraglio è stato poi quello dell’Indigo Trio: una miscellanea di modernità modale e antica ascesi africana su territori già battuti, ma sempre incredibilmente attuali, da Nicole Mitchell, Hamid Drake e Harrison Bankhead.


Enrico Pieranunzi, all’Arena dello Stretto di Reggio Calabria, accompagnato dal fido Joey Baron, ha dato prova della sua forma smagliante con un duo imperdibile di grande impatto comunicativo. Di contro lo spettacolo successivo a nome di Chucho Valdés, partito benissimo con l’appeal e le movenze dei ritmi cubani (notevole il suo recente “Chucho’s Steps”), si è in seguito dilatato verso melodie più popolari e danzabili per la presenza della sorella del leader, la vocalist Mayra Caridad Valdés.


Gli italiani hanno ben figurato con prove ed esibizioni eccellenti. Come il Cirko Guerrini guidato dal sassofonista toscano Mirko Guerrini (con Mauro Grossi, Daniele Mencarelli, Saverio Tasca e Paolo Corsi). Composizioni agili e ben strutturate che hanno messo in mostra l’abilità poetica del leader e dei suoi compagni di cordata, tutti validi e creativi. Stefano Battaglia e Michele Rabbia da qualche anno assenti al festival, hanno riproposto le splendide magie del loro recente cd intitolato “Pastorale”, tagliate dall’aria gelida e matematica della coreografa e ballerina Teri Weikel.


Presentando il suo ultimo lavoro “Pane e Tempesta” pubblicato dalla Egea, Paolo Damiani e la sua formazione, la Radar Band, ha riproposto nuovi e vecchi temi del suo repertorio riarrangiati abilmente da Cristiano Arcelli, sassofonista colto e abile nei silenzi e nel suo evocativo virtuosismo. Da segnalare, oltre alla preziosa direzione del leader e alla presenza di Paul McCandless, la voce ironica e raffinata di Ludovica Manzo nonché la freschezza verbale di un chitarrista pregnante di comunicativa come Luigi Masciari.


Diane Schuur, grande lady del jazz, vocalist sopraffina di interpretazioni eleganti e prestigiose, ha risolto un concerto che nella seconda parte l’ha vista protagonista come di suo consueto, seduta al pianoforte e più concentrata sul rapporto confessionale instaurato col pubblico. Altro americano di spessore è stato Roy Hargrove alla guida del suo granitico quintetto. Bop moderno e ben congegnato sulla falsariga di un “new mainstream” spumeggiante e mai documentaristico.


Le flessuose e penetranti atmosfere di Anouar Brahem di tutt’altra dimensione spirituale, hanno cesellato un concerto dalle tinte chiaroscurali, ricco di melodie cantabili e di armonie sfuggenti col bravo Klaus Gesing al clarinetto basso a modellare incantevoli dissolvenze di una musica lontana, delicata. Quasi arcaica.


Infine Paolo Fresu con Trilok Gurtu e Omar Sosa. Il trio, applauditissimo, ha concluso il festival in maniera trascinante, sconfinando spesso con repentini cambi di registro e tanto innegabile virtuosismo. Pubblico entusiasta, teatro al Castello pieno zeppo di presenze con musiche talvolta troppo spettacolarizzanti conoscendo bene la storia, la cifra alta e la differente caratura stilistica che contraddistingue il nostro grande trombettista sardo.


Per i concerti pomeridiani dopo quello toccante di “Va’ Fuori Straniero” con Stefano Benni accompagnato da Danilo Rea al pianoforte, divertentissimi sono state le esibizioni di Rocco Papaleo con Rita Marcotulli e quella con Vito, voce recitante, Antonello Salis pianoforte e fisarmonica e Furio Di Castri contrabbasso, sui testi esilaranti di Aldo Gianolio. Un mix di detti popolari e storie inverosimili che hanno trasportato il pubblico roccellese sul terreno dell’ironia e del divertissement letterario.