Slideshow. Paolo Angeli

Foto: Fabio Ciminiera










Slideshow. Paolo Angeli.


Jazz Convention: Così, a bruciapelo puoi parlarci del tuo nuovo lavoro discografico?


Paolo Angeli: Tibi nasce dalla collaborazione con mio fratello Nanni, un’interazione che ha alle spalle dodici anni di collaborazione artistica e che ci ha visto condividere percorsi e passioni sin da bambini. Sia le musiche che le immagini sono la sintesi delle mutazioni sonore e visive apportate alla chitarra sarda (inclusa la gestazione delle due chitarre gemelle, di cui una è stata usata da Pat Metheny nella tournée Orchestrion). Realizzare il dual disc è stato come ripercorrere a ritroso una lunga avventura condivisa con ‘gli artigiani’ – tra cui Luca e Giancarlo Stanzani e Francesco Concas – che hanno dato vita a questa strana creatura, con cui vivo ogni attimo del fare musica dal 1995. Nanni ha saputo cogliere le sfumature della materia, la tenerezza e la complicità sui visi e sulle mani delle persone, la pacata venatura del legno, la robustezza e la forza del metallo. L’autoproduzione del master ci ha permesso di lavorare con uno staff di altissimo livello e con persone con cui abbiamo complicità e affinità artistiche. Simone Ciani ha animato la storia, Roberto Monari ha realizzato il mixing in 5.1 (soluzione che ha permesso di dilatare le possibilità espressive dello strumento, spazializzando ogni corda in una cassa diversa). Le sonorità sono accompagnate dal minimalismo delle luci di Francesco Carta e dal lavoro certosino di post produzione video di Lino Greco. Pur essendo musicalmente a tutti gli effetto un lavoro da solista, la storia che gravita attorno al fiore di finta madre perla (decorazione della chitarra sarda), ha attorno a se una gestazione corale, che trova nella dimensione live la più emozionante valorizzazione.



JC: Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


PA: Mio padre che si accompagna con la chitarra e canta a voce spiegata un repertorio vastissimo, i quarantacinque giri che cadono dalla torretta di un vecchio giradischi, l’autobus con i fustini Dash tra le galline e i meloni… Un aneddoto: papà suonava spessissimo La ballata del Michè (di De Andrè) e quando arrivava la sezione in cui il valzer modula in tonalità maggiore, venivo travolto dalla felicità! Da grande ho realizzato che Michè, su quell’allegro ritornello, si impiccava per amore!



JC: Ma quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare musicista?


PA: Nel mio essere musicista convivono tante anime: il desiderio di esplorare i linguaggi musicali, di viaggiare e conoscere il mondo attraverso la lente del fare musica. Sono un marinaio mancato. Ho inseguito il mito del viaggiatore conseguendo uno dei diplomi più altisonanti che si trovano in circolazione: Aspirante al comando di Navi Mercantili!! :-)). Gli ultimi tre anni delle superiori hanno coinciso con una crisi esistenziale: volevo fare il musicista ma Palau non offriva possibilità di approfondire gli studi. Il passaggio successivo è stato il DAMS e il fantastico decennio bolognese: un’ondata di creatività che ha travolto ogni mio piano perbenista di voler diventare un chitarrista jazz e ha gettato le basi per costruire il mio presente. È stato a Bologna che ho scelto di vivere fino in fondo questa passione che esercito fin da bambino.



JC: Ti consideri più un jazzman o un improvvisatore free o altro ancora?


PA: Sicuramente un improvvisatore. La bellezza della musica improvvisata è la possibilità di giocare senza pianificazione e in tempo reale su ruoli, parametri, contenuti. L’improvvisazione è una pratica – noiosissima quando affonda nei cliché – che richiede orecchie aperte, capacità di dialogo e gusto del contrasto. Continuo a pensare che la musica improvvisata costituisca una grande opportunità per generare un linguaggio libero, aperto alla società che viviamo e alle influenze del presente. È importante coltivare la memoria, conoscere il legame esistente tra movimenti socio-politici e le evoluzioni degli stili musicali, riflettere sul fatto che si usa la parola avanguardia per descrivere una musica con alle spalle codici, idiomi, ed una storia consolidata da 50 anni. Partendo dalla conoscenza della storia di questa pratica, è fondamentale alimentare il dubbio e il gusto della rottura.



JC: Ha ancora un significato oggi la parola jazz?


PA: In parte ribadisco i contenuti espressi relativamente alla free music. Diciamo che la differenza con il ‘Jazz’ è che quest’ultimo è un contenitore che ha la forza di avere anche un ruolo nel mercato culturale odierno (a differenza della Free Improvisation che costituisce un fenomeno circoscritto agli addetti ai lavori). In tutta Europa i festival di jazz propongono linguaggi di assoluta contemporaneità; viceversa, in Italia, la parola Jazz talvolta sintetizza un revisionismo nostalgico, che alza barriere tra i generi e non facilita nuovi innesti creativi. Il termine Jazz assume significati diversi spostandoci di latitudine e in alcuni casi, ci troviamo di fronte ad una musica svuotata dal presupposto che l’ha fatta nascere: la ricerca, spesso inconsapevole, dell’ibrido.



JC: Ma cos’è per te il jazz?


PA: Non posso pensare al Jazz senza ricordare il sigaro di Gianpiero Cane: devo a lui e alle sue fantastiche lezioni la passione per la cultura musicale afro-americana. Qui ribadisco l’importanza della matrice che si è evoluta oltre oceano nel corso del ‘900. Continuo ad ascoltare con passione la musica afroamericana ma mi sento molto attratto dalle variazioni proposte nei paesi europei, dove tradizione e innovazione si compenetrano e generano un humus vitale. Per me il jazz è radice, germoglio, pianta che evolve, cresce, si muove a stretto contatto con la società e i suoi cambiamenti. È una pianta viva. In questo contesto io mi sento come un innesto che arriva da un’altra storia – con alla base la cultura musicale sarda, il fascino per il post-rock, l’avant-pop e il gusto dei compositori americani – e cerco di coniugare la mia curiosità con il rispetto per questa pianta che abito, dalla quale tento continuamente di evadere.



JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica jazz?


PA: Faccio un elenco di parole che mi vengono in mente in connessione: meticcio, bastardo, storto, sporco, eterofonia, dar forma al caso, inglobare il caso. Geneticamente è una musica che può sorprenderci in ogni momento e penso che oggi, grazie anche ai movimenti che si incrociano tra Oriente e Nord Europa, possa ancora essere di estrema attualità. Certo… se diventa una musica scolastica, che rispetta e ricalca quanto si è storicizzato fino ad ora, perde il suo potenziale e si appiattisce sul manierismo.



JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?


PA: I due meno conosciuti: Dove dormono gli autobus e Nita. In entrambi lavoro sulla macrostruttura formale pensando ad una storia da raccontare. Sono pensati come opere in chiave moderna, in cui la coralità, il suono d’insieme e la confusione tra generi, crea un tessuto sonoro che rispetta un sottile filo conduttore, presente dalla prima all’ultima nota. Sono strutturati con un montaggio filmico che deve molto all’esperienza con LM&I e avranno come seguito un terzo episodio a cui sto lavorando. Dimenticavo: in questi progetti lavoro sulle composizioni e arrangiamenti e non utilizzo la chitarra sarda preparata.



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella chitarra, nella musica, nella cultura, nella vita?


PA: Dovrei fare un elenco lunghissimo! Parlerei più di una miriade di incontri che hanno deviato il mio percorso più che di maestri. Se poi allarghiamo il campo alla vita il gioco si complica non poco… Ok, provo a sintetizzare?



JC: Sì, da dove parti?


PA: Parto dalla chitarra: Papà è stato un grandissimo maestro, poi ho inseguito il mito di Pat Metheny, poi è entrato in scena Giovanni Scanu e nello stesso hanno Fred Frith. Loro, insieme ai miei compagni di avventura del LM&I, coincidono anche come maestri nel campo della musica. Nella cultura penso che la parentesi universitaria mi abbia regalato incontri straordinari con Gianpiero Cane, Roberto Leydi, Pietro Sassu. Nella vita traccerei un asse che ingloba i collettivi bolognesi, la forza e la propulsione verso i cambiamenti di mia madre, la leggerezza e la ricerca del gioco del capitano Nicoli, la memoria e il senso dell’artigianato di mio padre.



JC: Qual è per te il momento più bello della tua carriera di musicista?


PA: I tanti piccoli tasselli che hanno costruito il momento a cui sono arrivato ora. La bellissima sensazione di poter fare musica senza dover accettare alcun tipo di compromesso – o deviazioni dalle mie idee che poi metto continuamente in discussione – è la dolce sensazione che assaporo quotidianamente.



JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?


PA: Amo suonare con musicisti con i quali, alla base, ci sia un rapporto di stima reciproca. Mi piace pensare a relazioni durature, profonde, vedere come le rughe si percepiscano anche nel linguaggio che pratichiamo. In questo senso ricordo le collaborazioni con Antonello Salis, Hamid Drake, Takumi Fukushima, Fred Frith (con Fred abbiamo un appuntamento estremamente diluito nel tempo ma che regala sempre piacevoli sorprese). Vorrei citare anche gli incontri occasionali, ma sempre intensi, con Ned Rottemberg, Evan Parker, Riccardo Pittau, Stefano Zorzanello e il poeta Alberto Masala (con cui condivido visioni sul mondo che cambia). Tuttavia mi piace spostare spesso il baricentro del mio equilibrio e questo succede suonando con musicisti più giovani di me. Attualmente la scena di Barcellona sta attraversando una fase sorprendente e il trio POG (Sasha Agranov al violoncello e Oriol Roca alla Batteria) è un progetto a cui mi sento particolarmente affezionato.



JC: Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?


PA: È stato un anno ricco di produzioni. Qualche mese fa è stato prodotto il Cd ‘Da nessuna Parte’ , un lavoro centrato sulla musica improvvisata, realizzato con gli studenti dell’Università di New Castle. Tra novembre e dicembre saranno pubblicati due CD registrati dal vivo. POG – Piccola orchestra Gagarin – è chiamato a battesimo, con un concept album in cui la rilettura ironica della musica sarda, convive con episodi free e strutture Indy; Itsunomanika, duo di post-pop con la straordinaria violinista giapponese Tatumi Fukushima, riflette un chiaro amore per l’avant-rock, innestato su richiami al folk est-europeo. Per concludere, il 20 novembre presentiamo dal vivo il CD Giornale di Bordo album inciso insieme ad Antonello Salis, Gavino Murgia e Hamid Drake: un lavoro in cui il sole del mediterraneo travolge tutto. Mi aspetto quindi un 2011 caratterizzato da tanto movimento e da tour di presentazione dei lavori citati (sopratutto di Tibi, a cui verrà dedicata una particolare attenzione nella dimensione live). Per festeggiare i miei primi quarant’anni sicuramente darò spazio anche a nuove produzioni, questa volta in studio.