Vertigo. Omaggio alla musica di Alfred Hitchcock

Foto: Fabio Ciminiera





Vertigo. Omaggio alla musica di Alfred Hitchcock.

Pescara, Teatro Massimo – 4.2.2011.

Mauro Campobasso: chitarra

Mauro Manzoni: sassofoni

Stefano Senni: contrabbasso

Michele Rabbia: batteria

Erica Scherl: violino

Chie Yoshida: viola


Il connubio tra musica e cinema è da sempre stato enormemente stretto, tanto che ancor prima dell’avvento del sonoro, nelle sale c’era il pianista che accompagnava lo scorrere delle immagini proiettate in sala. Per sua stessa definizione, la colonna sonora di un film è però un elemento di sostegno, subordinato alla vicenda che si svolge sullo schermo. Certo, in alcuni casi, la bravura dei compositori ha valorizzato in maniera superba la pellicola e ne ha decretato la fortuna, mentre in altri addirittura le musiche hanno superato per valore e fama gli stessi film.


Mauro Campobasso e Mauro Manzoni hanno proseguito con Vertigo – attraverso le immagini e le suggestioni musicali dei film di Hitchcock – il percorso intrapreso sempre a Pescara, con Ears wide shut, relativamente al mondo sonoro di Stanley Kubrick. Composizioni originali, canzoni e frasi tratte dalle colonne sonore dei film del regista inglese si sono misurate con le scene, le atmosfere e i ricordi delle stesse pellicole nel montaggio veloce ed evocativo operato da Pino Bruni. La musica nei film di Alfred Hitchcock assume un ruolo funzionale e interno, per così dire, alla narrazione: le composizioni di Bernard Herrmann, di John Williams e degli altri musicisti con cui Hitchcock ha collaborato sono estremamente legate ai momenti scenici, alla narrazione e, in particolare, alla creazione della suspense, alla sottolineatura dell’intrigo e al disegno dell’atmosfera generale del film. Il ragionamento musicale di Campobasso e Manzoni, da una parte, e l’intervento di Bruni dall’altra ha seguito lo stesso andamento: musica evocativa, cambi di scena rapidi e taglienti, la presenza degli archi a sottolineare e ampliare il lavoro della composizione e delle improvvisazioni.


Buio in sala, cominciano la musica e le immagini. Come si diceva, il montaggio delle immagini di Vertigo è serrato e procede speso per accostamenti tematici, legati ad azioni presenti nei vari film – l’omicidio, il bacio, la corsa, gli sguardi – per soffermarsi intorno ad alcune scene celeberrime: la storia raccontata dalle immagini lega la parabola del cinema hitchcockiano e ne sottolinea la coerenza e l’unitarietà. Le immagini diventano, come per Ears wide shut, la colonna visiva del concerto e ne ampliano la percezione con la suggestione offerta dalle immagini, dai ricordi, dalie atmosfere abilmente create da Hitchcock e mai disperse dal montaggio.


La scrittura di Campobasso e Manzoni propone una musica dagli aspetti cameristici. La presenza degli archi e l’alchimia della composizione e degli arrangiamenti, unite agli interventi sul materiale ripreso dalle colonne sonore – sia dai temi che con la reinterpretazione di Que sera sera, da L’uomo che sapeva troppo – e al dialogo con le immagini porta la musica in questa direzione: Vertigo è una suite estremamente unitaria, dove le diverse istanze richiamate dagli autori si intrecciano in un racconto musicale variegato ma coerente. In qualche modo si riprende il metodo del regista inglese, l’utilizzo vale a dire di una sintesi estrema e personale dei tanti linguaggi del cinema per dare vita al proprio stile, piuttosto che andare ad esplorare generi differenti per darne la propria interpretazione come accade nel caso di Kubrick.


Ai suoni degli archi si unisce l’accompagnamento della chitarra acustica, alla destrutturazione di alcuni passaggi fa da contraltare l’ordine e la linearità dell’impianto generale e la conduzione salda e attenta al disegno generale. Le improvvisazioni e gli assolo sono pensati all’interno del meccanismo complessivo e articolato. Effetti sonori e dialoghi provenienti dalle immagini, la varietà delle percussioni, la tessitura dei tre fiati utilizzati da Mauro Manzoni, i suoni scelti per la chitarra e loop – preregistrati o manipolati in tempo reale – hanno colorato una partitura capace di coniugare la narrazione e la ricerca dei particolari con la personalità dei musicisti e di rendere non meccanica e forzata la necessaria e studiata sincronizzazione con le immagini proiettate sullo schermo.


Gli spettatori, infine, sono stati accolti all’arrivo dall’esposizione di MoviePOSTER, collezione di Francesco Di Santo dedicata alle icone del cinema: le tele – dedicate tra gli altri a Audrey Hepburn, Charlie Chaplin, Totò e, naturalmente, Alfred Hitchcock – interpretano il cinema attraverso primi piani stretti, con colori intensi e caldi e un segno decisamente materico.