Intervista a Verneri Pohjola

Foto: Maarit Kytoharju





Jazz Convention: Questo album è la tua prima fatica da leader e sicuramente il tuo lavoro più ambizioso fino a questo momento.Sei soddisfatto del risultato ottenuto e quanto pensi esso rifletta la tua personalità?



Verneri Pohjola: Posso dire di esserne abbastanza soddisfatto, il che, detto da un finlandese, è già tanto.Penso rifletta bene la mia attuale personalità di musicista e spero anche quella di compositore.



JC: In questo tuo lavoro hai voluto riunire sia i veterani che le nuove leve della scena jazz finlandese.Puoi dirci quanto è stato difficoltoso mettere insieme tutti questi musicisti, arrangiarne le parti e portarli in studio?



VP: L’impresa che mi ero prefissato è stata ardua e c’è stato un punto della lavorazione in cui ero completamente esausto da tutto questo pianificare.Quando eravamo ormai pronti a registrare in studio non avevo più forze. Ho, comunque, continuato a credere nel progetto e credo ne sia venuto fuori un buon lavoro.



JC: Tra i pezzi grossi del jazz finlandese, noti anche a livello internazionale, che ti hanno accompagnato in questo disco, come Juhani Aaltonen e Pepa Paivinen, c’era anche Pekka Pohjola, tuo padre, recentemente scomparso e a cui questo album è dedicato.Che tipo di rapporto si è stabilito tra te e questi grandi musicisti? Tuo padre ha influenzato in qualche modo le tue scelte musicali durante le session di registrazione?



VP: Beh, solitamente noi finlandesi teniamo la bocca chiusa quando lavoriamo nel progetto di qualcun altro, perciò non è stato facile ottenere delle opinioni da loro. Tuttavia, tutti sono stati molto collaborativi e mi è sembrato che siano stati felici di suonare la mia musica. Mio padre ha suonato in modo professionale e mi è stato molto di supporto durante la session in cui ha suonato con me. Per il resto non ha interferito durante il resto della registrazione.



JC: Per questo lavoro ti sei avvalso di un quartetto d’archi chiamato Meta4.Cosa puoi dirci di questo ensemble? E’ la prima volta che coinvolgi un quartetto d’archi in tue composizioni?



VP: Il Meta4 è uno dei migliori quartetti d’archi di Finlandia e forse d’Europa. Hanno una mentalità musicale molto aperta ed è stato stupendo averli in questo progetto per suonare la mia musica.Ho già collaborato con loro in passato per della musica, scritta da me, in cui hanno suonato con la mia band Ilmiliekki quartet. Ne è seguito anche qualche concerto in Finlandia un paio d’anni fa.



JC: In alcuni pezzi più rilassati come “Akvavit” e “Spirit of S” cerchi un approccio meno convenzionale sulla tromba, un suono più “soffiato” che ben si lega al suono del flauto di Aaltonen. E’ parte del tentativo di raggiungere un proprio suono personale?



VP: La tromba è uno strumento che ha possibilità sonore quasi infinite.Ho sempre amato sperimentare con i suoni e suonare la tromba, per me, è solo un’altro dei modi per continuare a farlo.



JC: Uno degli aspetti più importanti di questo album è la qualità del suono. Puoi dirci quali sono stati i fattori che hanno portato a questa resa sonora e se la scelta di registrare nello studio Finnvox è parte di questo risultato?



VP: Sicuramente registrare al Finnvox ha giocato un ruolo decisivo nel risultato finale.Come ho già detto il suono è molto importante per me.Io stesso ho lavorato come ingegnere del suono a questo progetto e ho cercato di scegliere la persona giusta che potesse aiutarmi in quello che avevo in mente: Mikko Raita.Lui è un ottimo ingegnere del suono che lavora prevalentemente in ambito pop e rock, e questo era proprio quello che volevo:la possibilità che il suono spaziasse ovunque. Raita è inoltre molto competente nella registrazione dei suoni acustici, e questo è un altro dei motivi che ha fatto cadere la scelta su di lui.



JC: Tra gli strumenti che oltre alla tromba hai utilizzato in pezzi come “Askisto” e “In the end of this album” c’è anche un registratore a cassette. Puoi spiegarci come è stato utilizzato?



VP: Il modello è uno di quelli utilizzati per registrare la voce attraverso un microfono, un apparecchio da dettato. E’ stato “suonato” come uno strumento su entrambi i pezzi. Io lo portavo sempre con me nella mia “cassetta” degli attrezzi musicali e abbiamo improvvisato registrando con quello. Poi, in studio, abbiamo utilizzato la traccia preregistrata per suonare su di essa.



JC: Sul sito web del Fimic (Finnish Music Information Center), sulla pagina profilo a te dedicata, la tua musica è definita “…in un modo che può essere solo descritta come finlandese”. Pensi che questa definizione si adatti adeguatamente alla tua musica? Credi sia possibile oggi parlare di un suono specificatamente “finlandese”?



VP: Questa è sempre una domanda difficile per un musicista. Ritengo che i giornalisti musicali saprebbero rispondere meglio di me a questo. Credo che la mia musica suoni finlandese perché io sono finlandese. Non cerco di farla sembrare altro da quello che è. Se a qualcuno suona finlandese va bene. Se qualcuno non la pensa così va bene lo stesso. Io sono fiero di essere finlandese, ma penso che in musica oggi non conti molto quale sia la nazionalità di appartenenza



JC: Puoi spiegarci come nascono i titoli dei tuoi pezzi e tradurne qualcuno dal finlandese per noi?



VP: Trovare dei nomi per dei pezzi strumentali non è mai facile per me. Forse perché sono solo musica. Raccontano una storia musicale, non una storia con delle parole. Per esempio “Askisto” è un posto che si trova qui in Finlandia. Mentre il brano “For three” si chiama così perché il brano è in ¾ ma anche perché il tre è il numero più complicato in cui essere tra persone che trascorrono del tempo insieme, sebbene abbia trascorso la maggior parte della mia vita in una famiglia composta da tre persone.



JC: Sulla tua pagina personale di Myspace una volta hai espresso il tuo disappunto per le cose senza senso. Quali sono le cose senza senso nella musica e nella vita per te?



VP: Quello che intendevo è che a volte mi deprimo molto facilmente, anche perché le ragioni per esserlo non mancano mai in questo mondo. Trovo che in musica una delle cose più senza senso sia proprio quella di confinare tutto in generi, alzare barriere e confini dentro di essa.Ritengo che le cose più interessanti e sincere in musica spesso non appartengono ad un genere ben definito.



JC: La tua grande passione dopo la musica sembra essere il calcio, uno sport molto amato qui in Italia e che tu stesso pratichi. Trovi delle analogie tra questo sport e la musica di matrice improvvisativa?



VP: Oh, ce ne sono un sacco! Per esempio, non sempre i più dotati tecnicamente sono i calciatori migliori ma lo sono quelli che riescono ad avere una visione globale del gioco. Questo vale anche per i musicisti improvvisatori. I calciatori e i musicisti hanno bisogno di creatività e fiducia in sé stessi per trasferire il loro messaggio, o la palla…



JC: Dopo questo lavoro da leader cosa dobbiamo aspettarci nel tuo futuro? La tua collaborazione con l’Ilmiliekki Quartet avrà un seguito?



VP: Assolutamente sì. Continuerò a suonare molto con l’Ilmiliekki. Il prossimo grosso impegno che abbiamo già in programma è un tour estivo in Canada e, inoltre, abbiamo appena registrato un disco con la cantante Emma Salokoski in cui suoniamo brani appartenenti alla tradizione folk svedese.



JC: Porterai i brani di questo tuo ultimo album in tour?



VP: La recente scomparsa di mio padre ha stravolto un po’ i miei piani, ma credo che porterò in tour questi brani. Per ora tutti i concerti sono stati previsti in Finlandia, ma mi piacerebbe molto che si possa portare questa musica all’estero appena sarà il momento giusto.